EPICHEIA
• Sep. 7, 2006 - ira
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La Legge dell'ira
"La legge infatti produce l'ira; dove non vi è legge, non vi è neppure violazione" (Romani 4,15). Questa affermazione di Paolo di Tarso non è esortazione all'anarchia, ma sillogistico paradosso, consistente nel postulare che in assenza della legge non può verificarsi trasgressione, e quindi neppure il castigo, né l'ira conseguente.
La semplicità paradossale di questa affermazione mira a dimostrare la possibilità della libertà umana di scegliere, ancor prima che la legge ad essa lo imponga, il proprio destino nella fedeltà (pistis). La legge, e la trasgressione da essa implicitamente provocata, mostrano all'uomo un limite, la cui consapevolezza dovrebbe muovere il giudice e il giudicato verso quella compassione che è l'unico correttivo al male comune.
Quando invece è il logismo ad improntare la legge, sia nel momento formativo che in quello esecutivo, la legge finisce con l'imporsi autoritativo dell'ovvio ma spietato giudizio, senz'altro dimostrabile contro l'indifesa e invisibile essenza umana, ma senz'altro proveniente dalla cintola in giù, (secondo logiche indiziarie che intimano l'alt con la paletta dei carabinieri o delle netiquettes) non dalla cintola in su. Ed, anzi, la fedeltà alla più intima essenza umana - che non appartiene al mondo, ma al ben più vasto dominio che consente all'uomo di pensare, sentire e volere oltre la natura stessa - è allora tradita, comprata dal soldo del mondo dove la REGOLA della quantità ha buon gioco sulla incommensurabile qualità. (Quante volte mi hanno fermato in Germania i poliziotti di notte quando tornavo dal nigth dove lavoravo! "Tutto OK?", "OK", "Hai bevuto?", "No", "OK, puoi andare!". Chi ha girato un po' il mondo sa che solo in Italia ti fermano esclusivamente per darti la multa, a causa del dissesto economico del paese, più che per la tua infrazione al codice della strada. Ma lasciamo perdere).
Certamente occorre vigilare. Vigilare significa volontà di restituire ai fatti, e ad ogni prodotto dell'intelligenza ormai preda del magnetismo tellurico, l'immagine e l'idea di cui sono stati privati; significa riconnetterli col sano pensare, e, rischiarandoli di nuova luce, e disporne la soluzione e l'uso secondo una riconquistata misura umana.
Il subumano odia l'umano. Perciò tenta di ipnotizzarlo mediante il mito astratto ed impersonale di un diritto colluso con la logica economica. Dove sta la civiltà di questo civis subumano? La paura che esso ispira all'uomo è tale da fargli preferire di adeguarsi e di soggiacere a questa mitologia, come ad una autorità che benevolmente conceda l'esenzione da impegnative responsabilità individuali. Un'autorità simile a quella preferita dai maiali di Indra alla possibilità di tornare uomini offerta dal dio.
Il subumano ha buon gioco nell'unire in basso gli uomini, nel renderli "massa" compatta contro chi è accusato - a torto o a ragione, non importa - di insidiare la saldezza di questa complicità ed i vantaggi che ne derivano.
Pertanto, dovunque tale infera forza si è organizzata, manovrando all'unisono le istintività collettive, mobilitando le infinite risorse del mentale sempre pronto a giudicare e a reclamare sangue riparatore, nel grembo della memoria del mondo sono state deposte le spoglie di innumeri condannati senza appello: da Giordano Bruno a Matteotti, da Gentile a Moro, a Biagi, ecc., dalle vittime dei tribunali parigini del terrore a quelle profanate sul luogo stesso del loro martirio.
Questi citati sono solamente alcuni esemplari vertici, di sinistra, di destra e di centro - il più grande, Gesù di Nazaret, crocifisso anch'egli in nome della "Logica" del Diritto - prodotti dall'umano, decaduto oltre la soglia inferiore, e poi faticosamente risollevatosi proprio in virtù di tali immolazioni.
Io odio e amo il popolo. Odio e amo l'Italia. E allora? Bannerizzate anche me, o una parte di popolo o d'Italia? Certamente è ora di incominciare a vigilare e ad osservare la nostra identità di popolo: identità che l'Italia ha nella fedeltà al compito soprasensibile assegnatole dalla sua realtà sensibile, quale scaturisce dall'osservazione della composita natura geografica ed etnica, dalla sua persino evidente conformazione di SPINA DORSALE d'Europa, dall'ineguagliabile e sofferto passato. La spina dorsale può anche essere "flessibile" in nome della fraternità. Perciò riparate l'errore di avere allontanato un fratello. In nome della regola, tale flessibilità è invece succubanza, schiavitù ed ira. Ed allora rimanete nel vostro errore. Ma con Holux voi avete bannerizzato anche me, perché non scriverò più. Se siete fratelli vi dispiacerà. Se siete nemici della fraternità, sarete contenti.
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HOLUX E' STATO ALLONTANATO IN VECCHIO STILE SOVIETICO
Risposta di Pensiero Debole: “È stato allontanato in quanto nazista (letteralmente: se coi nazisti si fossero usati metodi tolleranti, oggigiorno ci sarebbe il nazionalsocialismo in Germania e (forse) in tutta Europa. Verso gli intolleranti ritengo che non si debba usare la tolleranza. Specie se l'intolleranza si declina come razzismo. ecco perchè Holux è stato allontanato)".
Quanto segue è uno stralcio di corrispondenza dello scorso anno (periodo natalizio) fra Holux (che dubitava della sua sanità mentale) ed il sottoscritto in merito alla questione ebraica. Tengo a precisare che ho conosciuto il sito "Forum della filosofia e dei suoi eroi" tramite un messaggio di Holux in questo forum. Come si potrà notare nella parte finale, ho scritto ad Holux le medesime cose dette ad un credente in Marx, il quale a differenza di Holux, forse sentendosi più eroe non so, si è ritenuto legittimato a rispondere ad esse, sbeffeggiando (le parole di Holux sono scritte in caratteri maiuscoli):
<< GENTILE SIGNOR VILLA…[…] IL TERMINE "PAZZO"...
Tu non sei pazzo, sei sulla via giusta. Nella verità un po' di pazzia c'è sempre, vedi la "pazzia della croce" di cui parla Paolo di Tarso, e ciò è testimoniato anche dalla 22ª lettera dell'alfabeto ebraico, la taw, che significa "segno dei segni", e che per Paolo era la "croce" come massimo segno. Il tarocco 22° (la parola "tarocco" deriva da "Torah") è detto infatti il "matto". Dunque "croce" e "pazzia" sono legate nella massima felicità pensabile, quella di rendere felici tutti gli esseri umani. E questa è la tua croce, se vogliamo parlare di pazzia.
SE DEVO PARLARE IN MANIERA SERIA LO FACCIO CON SCHIETTEZZA ESTREMA , ALTRIMENTI MEGLIO TACERE. MA VENIAMO ALLE OBIEZIONI E PRECISAZIONI CONTENUTE NELLA SUA RISPOSTA. GIUSTAMENTE LEI MI SCRIVE CHE IL PROBLEMA SONO I BANCHIERI E NON GLI EBREI IN QUANTO TALI...MA LA MIA DOMANDA A QUESTO PUNTO É : NON É FORSE VERO CHE I PIÙ PERICOLOSI , FAMOSI E POTENTI BANCHIERI/FINANZIERI SONO EBREI?!
Ci sono anche dei non ebrei.
Ciampi e Fazio non sono ebrei, e non sono meno colpevoli di avere "stuprato" l'Italia secondo una metodica trisecolare, che essi hanno accettata convenzionalmente anziché riformarla criticamente e razionalmente.
Eppure neanche loro, a mio parere, sono "i" colpevoli.
I veri colpevoli, secondo me, siamo noi nella misura in cui ci rifiutiamo di verificare alla radice il nostro pensare originario, alla luce della sua stessa universalità.
SE LEI SI INFORMA IN MANIERA DETTAGLIATA, LA RISPOSTA NON PUÒ CHE ESSERE AFFERMATIVA. ORA , IL FATTO CHE SPESSO E VOLENTIERI IL GIUDAISMO COINCIDA COL CAPITALISMO NON PUÒ ESSERE CERTO UN CASO, MA É ANZI LA LOGICA CONSEGUENZA DELLA FORMA MENTIS ECONOMICISTA/MERCANTILE EBRAICA.
Il capitalismo non è il male. Se ci pensi bene, questo termine deriva dalla parola "capo", e il capo, la testa, nell'essere umano è la parte più nobile, sede del pensare.
E' infatti dalle idee che nascono le imprese, anche quelle economiche, che hanno il pregio di dare servizi, prodotti, aiuti, agli esseri umani che senza le industrie dovrebbero ancora essere sottoposti a fatiche fisiche da cavernicoli. Come ogni cosa, il capitalismo ha una parte buona e una parte cattiva: quella buona l'ho appena descritta, la cattiva deve essere trasformata in buona, e la soluzione è alla portata del pensare umano. Tutti i miei scritti cartacei o elettronici sono dedicati a un progetto basato su questo tipo di soluzione razionale e ognuno può parteciparvi nella misura in cui sa migliorarne le idee attuative.
DIVERSI AUTORI , OGGI PURTROPPO PRATICAMENTE SCONOSCIUTI AL GRANDE PUBBLICO , L'HANNO DIMOSTRATO NELLE LORO OPERE.
QUINDI A MIO GIUDIZIO IL PROBLEMA EBRAICO ESISTE ECCOME. IO NON ATTRIBUISCO DI CERTO LA COLPA DI TUTTI I MALI AD OGNI SINGOLO EBREO (ALCUNI LI RISPETTO A PATTO CHE SIANO SINCERAMENTE ANTISIONISTI!!) E NON DICO CHE I CAPITALISTI SFRUTTATORI SIANO SOLO LORO; ANZI SONO IN BUONA COMPAGNIA COI MASSONI ED I PROTESTANTI , CALVINISTI, ECC.
Queste categorie non mi dicono niente: c'è allora una categoria in cui sono tutti buoni e perfetti?
PERÒ MI SEMBRA LEGITTIMO DENUNCIARE CHIARAMENTE E SENZA MEZZE MISURE IL RUOLO SOVVERSIVO FONDAMENTALE SVOLTO DAL GIUDAISMO SIONISTA E DA ISRAELE ALL'INTERNO DEL SISTEMA PLUTOCRATICO. ALTRIMENTI FINISCE CHE PARLIAMO DI ARIA FRITTA. PARLARE DELLA 'COLPA' SENZA INDICARE IL PRINCIPALE 'COLPEVOLE' , CREDO SIA ABITUDINE DA IGNORANTI O PEGGIO DA VIGLIACCHI...HO FORSE TORTO?
Non hai torto sull'abitudine alla sincerità e mi vengono in mente le litigate che facevo con mia mamma sulla Verità. Poi un giorno ho capito - ed anche tu lo capirai un giorno - che dietro l'irruenza giovanile vi sono pensieri importanti costretti a passare in secondo piano. Non sono un moralista e neanche un paternalista, né un predicatore. Anche ammettendo che il "colpevole" sia questo o quell'altro essere umano, che soluzione proponi? Ricostruire i campi di concentramento? O non trovi più assennato distinguere l'errore dall'errante e riparare l'errore? Oltretutto è risaputo che gli ebrei si occuparono di moneta e di prestiti anche perché la dottrina cattolica romana proibiva queste attività e furono gli stessi cattolici a lasciar fare agli ebrei, che in quanto tali, secondo loro, erano già destinati all'inferno…
L'errore dell'umanità non è l'ebreo, ma l'errore. Noi veniamo dall'"errore" di Adamo ed Eva. Dunque dobbiamo dare la colpa a Adamo ed Eva? Non mi sembra logico. Se si guarda al passato, si va sempre al peccato. Quello che importa oggi è andare verso un futuro facendo il possibile per non errare più.
Errare significa sia peccare che camminare senza fissa dimora. Nel senso di questa seconda comprensione l'etimologia di "ebreo" è "errante".
NATURALMENTE É ASSAI DIFFICILE POTER PARLARE LIBERAMENTE CONTRO ISRAELE OD ANCHE SOLO OSARE CRITICARE IN PUBBLICO QUALCHE EBREO...COME RICONOSCE LEI STESSO.
LA GENTE COMUNE - ISTIGATA DAI MASS-MEDIA CHE FORGIANO L'OPINIONE PUBBLICA - É SEMPRE PRONTA A DARTI DEL "PAZZO PARANOICO" O DEL "RAZZISTA ANTISEMITA" SE HAI IL CORAGGIO DI PARLARE DI COMPLOTTO MONDIALISTA. LO SPERIMENTO DI PERSONA ANCHE ALL'UNIVERSITÀ , DOVE NON SONO BEN VISTO DA PARECCHIE PERSONE PER VIA DI CERTI MIEI DISCORSI A LEZIONE. PAZIENZA , IO CONTINUO A DIRE QUELLO CHE DEVO DIRE IN OGNI CASO E NON HO CERTO PAURA DELLE CALUNNIE E DEL GIUDIZIO ALTRUI.
Credo che se imparassimo un po' tutti ad essere interiormente erranti, come gli ebrei tradizionali, fino a sgusciare fuori dalla nostra prigione interiore fatta di "pensati" altrui, potremmo accorgerci con ragione che tale apprendimento non può che essere essenzialmente antisionista. Da questo punto di vista l'antisionismo è in fondo la massima sapienza ebraica.
Imparare l'arte di errare è importante. Infatti è per poterti controllare che la Grande Madre (partito, chiesa, new age, ecc.) ti vuole psicologicamente immobile. Se sei un errante essa fa più fatica a controllarti, perché l'errante, colui che non è mai, interiormente, dove la Grande Madre lo aspetta, rifiuta senza proclami la legge non scritta secondo la quale avere la spina dorsale, la volontà di potere su di sé, sia un peccato di superbia, di cui il bravo cittadino delle democrazie occidentali non deve macchiarsi. Diventare psicologicamente degli "erranti", dei nomadi, è anch'essa una praticabile via di uscita dalla spinta pietrificante di un sistema che ci vuole identificare coi nostri consumi, le nostre cose, la nostra maschera sociale. E' in fondo una via di fuga dalla schiavitù.
Anche se tu fossi comunista o cattocomunista, o anche solo cattolico, ti direi che se non impari quest'arte, io non potrei mai nutrirmi di te come di pane vitale e in quanto a compagno, la parola proviene da "pane", "com-pagno" è chi condivide lo stesso "pane"...
Personalmente reputo pesanti e faticosi i rapporti col mio prossimo se anziché ascoltare ed accogliere il pensiero altrui e vedere quali frutti darà dentro di noi (infatti è sempre arricchente un pensiero sul mondo, diverso dal nostro) si ascolta l'altro per rifiutarlo o contestarlo a priori. In questo modo infatti usiamo l'altro come nostro meccanismo di difesa. Perciò l'altro prima o poi si stufa, a meno che non abbia bisogno anche lui dello stesso gioco. In tal caso ne viene (più o meno coscientemente) coinvolto o addirittura lo provoca. A quel punto ci incontreremmo ancora solo con le nostre difficoltà, non con la nostra libertà e creatività, e il nostro sarebbe l'ennesimo dialogo fra sordi, che tocca solo aree regressive e nessuno ne ha bisogno… si cade solo nello scientismo dell'"animale sociale", che in realtà è sempre più animale e sempre meno sociale, come è dimostrato da quanto sta avvenendo su tutto il pianeta.
CMQ CAPISCO QUELLO CHE LEI AFFERMA.
Infatti tu non sei così, altrimenti non lo potresti dire.
CERTAMENTE CRITICANDO IN GENERALE IL SISTEMA BANCARIO-CAPITALISTICO , SENZA NOMINARE ESPRESSAMENTE LA QUESTIONE EBRAICA , LE PERSONE SONO PIÙ BEN DISPOSTE AD ASCOLTARE...
Questo non è il vero motivo delle mie affermazioni. Non si tratta secondo me di indorare la pillola, ma di affermare la verità, in base a universalità di pensiero.
QUANDO PERÒ SI NOMINA L'INNOMINABILE SCOPPIA LA GRANDE POLEMICA...UNA BUFERA TERRIBILE...MA A ME , LO RIPETO , PARE UNA VILE RETICENZA NON CHIAMARE IN CAUSA DIRETTAMENTE GLI OPPENHEIMER , I WARBURG , GLI SCHIFF , I ROCKFELLER (ALIAS STEINHAUER) , I MURDOCH , I SOROS , I DE BENEDETTI (ALIAS BARUCH) , I KISSINGER , GLI ABRAMOVICH , I BLOOMBERG , I GREENSPAN , ECC. ECC. TUTTI EBREI!!
FAR FINTA DI NON SAPERE O NON VOLER VEDERE QUESTA REALTÀ É UNA CECITÀ INFAME E COLPEVOLE. POI OGNUNO SI REGOLI DI CONSEGUENZA.
Fare la conta dei bravi e dei cattivi nell'umanità non mi sembra costruttivo. A fianco di questi nomi si potrebbero mettere altrettanti nomi di non ebrei ugualmente cattivi.
ADESSO LE RIPORTO UN ELENCO DI LIBRI INTERESSANTI CHE SPIEGANO BENE TUTTA LA QUESTIONE DELLA COSPIRAZIONE INTERNAZIONALE E CHE DENUNCIANO CON NOMI , FATTI ED ACCUSE CIRCOSTANZIATE GLI ARTEFICI DI TALE POTERE (SEMI)OCCULTO - NASCOSTO DIETRO IL COMODO PARAVENTO DELLE C.D. DEMOCRAZIE. ECCOLI :
[lungo elenco di libri e di siti internet]
Alcuni di questi libri li ho anch'io e quindi li ho già letti e studiati, proprio per documentarmi. Per esempio la mia pagina http://digilander.libero.it/afimo/bibbia.htm dovrebbe fare giungere il lettore a chiedersi: come la metto di fronte al fatto che il Cristo si incarna in Gesù di Nazaret che è ebreo?
QUANDO HA TEMPO LI VISITI CHE NE VALE LA PENA , C'È UN PO' DI TUTTO E CI TROVERÀ MATERIALE DEGNO DI NOTA.
Sarà fatto e ti ringrazio.
ADESSO LA SALUTO E LE AUGURO BUONE FESTE.
LUCA-HOLUX
Anch'io ti auguro buone feste.
In merito al darci del tu, se mi darai dei tu mi farai sentire più giovane. Tutto qui. Credo che la lingua italiana non sia meno dignitosa di quella americana e che nella forma del "tu" riposi il medesimo rispetto di quella del "voi" o del "lei". Il "tuo" nome, il "tuo" regno, la "tua" volontà, esigono infatti nel credente in Dio quel medesimo rispetto.
In ogni caso, posso sempre immaginare di avere sempre 20 anni, e darti in futuro del "lei". Non ci sono problemi. Per la mia esperienza so "guerreggiare" meglio col "lei" che col "tu".
Ciao.
Nereo >>
Mi sembra pertanto che Holux sia un idealista assoluto, ed un ragazzo molto educato, più che un intollerante. In un ambito in cui si possono esprimere universali contenuti di pensiero, il problema secondo me non sarebbe esistito. Il problema esiste solo per coloro che sono privi di idee, in questo caso per settari o bolscevichi, per i quali vale ancora il principio di "alienazione" (cfr. mio precedente post): "Libero pensi ognun come desia: ma se qualcuno non pensa come noi, ghigliottinato sia". E a proposito di ghigliottinatori devo dire che fu un medico, Joseph Ignace Guillotin (1738 - 1814) che mise a disposizione del "progresso" la sua soluzione per lenire la sofferenza da esecuzione capitale: la democraticissima ghigliottina, che tagliava ogni testa che incontrava, è il caso di dirlo, senza guardare in faccia nessuno. Era in verità il tempo della nascita della setta degli economisti moderni. Ai nostri giorni gli economisti, hanno conservato ancora una connotazione di setta ma all'epoca dei sanculotti lo erano in quanto del tutto sconosciuti, e non si capiva bene cosa studiassero. Si stentava persino a credere che studiassero alcunché, ma se non del tutto "pericolosi" erano però considerati "strani" e comunque da tenere d’occhio… Gli economisti, necessariamente, frequentano i banchieri a proposito dei quali Guido Carli, governatore della banca d’Italia negli anni '70 scriveva su "L’Espresso" firmandosi BANCOR, nome della moneta che John Mainard Keynes (1883-1946) auspicava diventasse una valuta internazionale al tempo dei lavori a Bretton Woods. Ebbene il Carli in "Le confidenze di un banchiere " (1973) scrive "Ma non pretendete che i banchieri non frequentino la Suburra: dove pensate che nascano gli uomini d'affari?". E c'è di più. L’Abate Augustin Barruel (1741-1820), autore delle "Mémoires pour servir à l'histoire du jacobinisme", annotava che gli economisti all'epoca della rivoluzione francese erano considerati una "confraternita". Per Carli anche i banchieri lo sono: "E' vero: anche i banchieri sono una confraternita, nel senso che da mattina a sera trattano tutti la stessa ed unica merce, cioè il denaro, nelle sue mutevoli incarnazioni" (op. cit.). Bisognerebbe ricordarsi il più possibile di questa frase e soprattutto "il denaro nelle sue molteplici incarnazioni". Si trattava di una consorteria eterogenea di sofisti, composta da filosofi, filantropi, massoni, teisti, atei, gnostici, sincretisti, che godevano della protezione del "mercenate", (contrazione di mecenate/mercenario) Barone d'Holbach, e per timore di attirare sgradite attenzioni da parte del potere costituito, presero a chiamarsi ed a farsi chiamare "economisti". Il fondatore, maitre à penser, guida, organizzatore, era un medico-economista , François Quesnay (1694-1774) fondatore della scuola fisiocratica, che Luigi XV (1710-1774), per la grande stima che gli portava, lo chiamava il suo "pensatore", forse perché curava la sua favorita, Madame Pompadour, senza rendersi pienamente conto dove in realtà tanto "pensiero" andasse a parare. Veri sofisti, infra moenia, all'esterno innocui "economisti", si riunivano regolarmente fra il 1763 ed il 1766. Elaboravano! Al momento della "rivoluzione" piantava così la sua bandiera circa dopo ventitré anni di esplorazioni "culturali", "politiche", e di "progetti" che direttamente e indirettamente ne preparavano il clima "culturale", "sociale", "politico", antropologico, "esoterico" ed "exoterico", l'avvento della ghigliottina, vale a dire della "bannerizzazione", secondo il linguaggio settario odierno... stile gulag. Vergogna.
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Neanch'io sono un esperto in economia monetaria, e percepisco il problema delle banche esattamente come te. Io non dico di "risolvere il problema sociale con un intervento tecnico-economico-salvifico-coscienzioso", ma che occorre prendere consapevolezza che questo sistema monetario è iniquo. Pensavo che nel contesto della tua domanda (Hegel aiutaci tu) Marx c'entri, visto che il marxismo proviene dall'hegelismo. Non si tratta di profezia. O, almeno non credo che Auriti sia un gran profeta, credo però che sia onesto, e che insegni con l'esempio più che con parole. Non conosco Agosti e non ho mai letto niente di questo autore. Io non credo alla morte e l'intero pianoforte da concerto che mi caschi in testa mi spaventa come può spaventarmi uno stuzzicadente. Per il resto che dici sono d'accordo con te. Credo comunque che se ci fosse il diritto alla vita, vale a dire un bel reddito di cittadinanza, di
autocritica non ce ne sarebbe bisogno, perché si percepirebbe un sistema per l'uomo, come il sabato per l'uomo di cui parlava qualcuno. In merito al concetto di democrazia (a cui aggiungo anche quello di legalità) credo che oggi se ne possa parlare solo bevendo urina, segno che non è roba per me. Non credo in questo tipo di amore per se stessi e per gli altri… In ogni caso, tanto per stare in tema, secondo me, dopo l'antitesi, verrà la terza guerra mondiale, e cioè: o ci mettiamo a pensare oppure ci dovremo… riparare. Un uomo che pensa non può essere ridotto in schiavitù. E sinceramente alla schiavitù preferisco il trapasso.
Ciao
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Grazie a Massimo, vengo a sapere in data 05/04/2004 alle ore 10:22:16 che cosa significa "bannare": "in pratica, essere 'buttato fuori' a vita". Dunque sarebbe come dire, secondo l'affermazione di Alessandra, che Holux è stato "buttato fuori a vita" da questo "Forum della filosofia"?
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Messaggio inviato in data 05/04/2004 alle ore 07:48:02.
Titolo: Perchè i pacifisti sventolano le bandiere di Che Guevara?
A prescindere dal fatto che fosse o meno un delinquente nessuno può negare che il Che fosse un guerrigliero. Un guerrigliero NON È una persona pacifica... Un guerrigliero È uno che con la guerra, la lotta armata ci campa. La violenza è la sua scelta di vita, con la violenza istituisce dittature e da quelle dittature riceve premi come ville di 1000 metri quadri o limousine per vagare indisturbato nella città di L'Avana, in mezzo a gente che muore di fame (e guarda con occhio famelico i cani). Che ci fa questa persona sulle bandiere dei pacifisti? |
Link
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• Jun. 28, 2006 - Proprò o antiprò è uguale alienazione
Leggi: essere pro Prodi o essere anti Prodi non è rivoluzione ma alienazione.
4 aprile 2004
ALIENAZIONE
[Fra parentesi quadre: note, aggiunte e/o correzioni testo di Nereo al 28 giugno 2006]
"Libero pensi ognun come desia:
ma se qualcuno non pensa come noi,
ghigliottinato sia…"
Così diceva un certo Carlo Roncalli...
Si potrebbe dire che questo modo di ragionare è oggi comune alla maggior parte degli esseri umani, me compreso. Se non fosse così, non mi incazzerei mai. E invece sono spesso alquanto "alienato", cioè identificato in questo o quel mio detrattore, dimenticandomi che in fondo non è egli il suo errore quando sbaglia nei miei confronti.
L'errore è sempre mio, ed è nascosto nella mia tendenza a considerare gli spiriti esterni a me, mentre la massima facoltà apportatrice di pace che abbiamo è quella di prendere dentro di noi (comprendere) ogni "io" altrui.
Nell'alienazione di cui parla Marx va riconosciuto un concetto essenzialmente diverso da ciò che intende Hegel con l'identico termine. Per Hegel l'alienazione è sostanzialmente il momento del rappresentare rispetto al percepire: il momento in cui il pensare si estrania a sé per aderire alla percezione. Occorre precisare che la percezione può avere parimenti contenuto sensibile o extrasensibile. Il momento percettivo, tuttavia, dovrebbe essere per il pensiero l'alienazione provvisoria mediante cui possa ritornare identità con sé, recante la coscienza dell'identità con il percepire.
Tale COSCIENZA DELL'IDENTITÀ manca alla filosofia moderna: per essa il pensiero si è arrestato al momento dell'alienazione: dal quale sorge - come dominio trascendente il mondo dell'oggettività fisica - il mondo… di Marx.
È l'estraniamento a sé, in cui il pensiero ha [avrebbe] la
possibilità della libertà: possibilità che può realizzare soltanto dove ripercorra consapevolmente il movimento del proprio estraniarsi. Anzi occorre dire che l'esperienza percettiva, sensoria o psichica, in definitiva non dovrebbe avere altro senso: l'alienazione del pensiero è la via verso la liberazione del pensiero, mediante cui si attua l'essere spirituale della coscienza.
Dalla provvisoria alienazione del pensiero per il proprio essere libero, arrestata nella sua contingenza, nasce la possibilità che la tecnologia e il processo economico - sia in senso capitalistico, sia in senso anticapitalistico - asservano l'uomo.
NON È UN SISTEMA SOCIOECONOMICO A SCHIAVIZZARE L'UOMO, COME CREDE MARX, BENSÌ UN LIVELLO DI PENSIERO: L'ESSERE DI UN PENSIERO ALIENATO, CHE SI FA SISTEMA SOCIOECONOMICO.
Il pensiero va mutato. E non può essere mutato se non dall'uomo stesso all'interno di sé: dall'uomo che presume pensare.
Il contestatore dovrebbe cominciare col contestare se stesso.
[Si deve poter penetrare il processo per cui, nella scienza della quantità, i fatti (l'oggetto, gli oggetti) assurgono nella loro immediatezza ad essere asserti-primi (indimostrabili come veri in sé) ma fondamentali per gli sviluppi logici del pensiero, che però iniziano ad escludere, per subito dopo asservire]. In tal senso, se si esclude il sapere matematico-fisico, nessuna scienza odierna è vera, ma nessun contestatore se ne accorge.
In realtà, l'oggetto o il fatto non sono nulla se non vengono penetrati dal pensiero capace di rivivere secondo il proprio essere volitivo il loro valore, o il fondamento.
Il momento della coscienza riflessa determinantesi in rapporto all'apparire dell'oggetto, o del fatto, è appena l'inizio di tale penetrazione, subitamente smarrito.
Dalla corrente viva della volontà fluente verso la materia sorge, come estraniamento ad essa, il pensiero razionale, la forma riflessa. Questo pensiero sembra sorgere come razionalità per penetrare il sensibile, ma in realtà è razionale perché si modella secondo l'immagine sensibile del mondo: si produce tramite il sensibile, in quanto la sua interna corrente volitiva incontra realmente il sensibile, dal quale però come attività formale rimane fuori, sembrando priva di proprio contenuto. Il contenuto appare infatti il sensibile che si fa sensazione o rappresentazione mediante il suo atto: IMPRONTA DI PENSIERO NON COSCIENTE DI SÉ. Ha in immagini, e quindi in concetti, il prodotto dell'incontro del suo essere volitivo con il mondo minerale, che non arriva ad assumere come correlazione, e perciò nella sua compiutezza. Per esso, L'AUTOCOSCIENZA SI ARRESTA AL GRADO PIÙ INGENUO: LA CORRELAZIONE DELLA QUANTITÀ, LA MISURA NUMERICA COME VALORE.
In definitiva: la corrente volitiva pensante si fa pensiero razionale (vale a dire riflesso) là dove, essendo inerente alla cerebralità, diventa cosciente: il moto riflesso, anche se qualitativamente volitivo, è privo di vita. Nel suo essere privo di vita, serve a dar forma al sensibile, come a un contenuto il cui apparente "in sé" è il segno dell'incompiutezza o della rinuncia del pensiero al proprio potere di profondità, che è dire, dell'io al proprio essere.
Il pensiero riflesso diventa l'"in sé" continuo di una materia che al suo interno nasconde materia, o energia, o anti-materia, ecc., cioè l'interminabile correlativo di un conoscere che rimane sempre fuori della massiccia alterità della materia: simbolo dell'autocoscienza alienata, o del soggetto umano indagante, ignorato.
Detto con altre parole, la dialettica hegeliana derealizzata, cioè priva di contenuto interiore e formalmente rielaborata così da non avere altro rapporto con i suoi temi se non l'assoluto discorsivismo, costituisce il livello al quale oggi si trova il generale pensiero umano. [Giusto è dunque il discorso di chi afferma che esiste sul pianeta una razza di “rettiliani” dominatrice dei popoli attraverso il signoraggio bancario: il cittadino è dominato da questi signori del signoraggio proprio perché è lui che vuole esserlo: al livello in cui si trova col proprio pensiero. Ecco perché ogni lotta esterna contro il signoraggio bancario è infruttuosa].
Nel razionalista attuale, logico, scienziato, tecnologo, economista, ecc., la corrente della volontà impegnata dal pensiero, e rivolta agli oggetti d'indagine, è ravvisabile come potere di determinazione empirica, che è base dell'autocoscienza.
Tale potere è usato ma non posseduto dall'attuale razionalista. [E nella carta moneta, lo usiamo senza averlo: esattamente come i banchieri usano il valore aureo senza avere l’oro!].
Se infatti lo si possedesse, si avrebbe una reale esperienza del pensiero [e della moneta]: non un'esperienza MEDIANICA, ma un'esperienza COSCIENTE. Si tratta della corrente del volere interna al pensiero, che rimane estranea allo specifico contenuto del nostro riflettere, dato che il fatto, l'oggetto, è lasciato valere dal pensiero, riflesso secondo la sua immediatezza assoluta, ed assoluta inconsapevolezza della mediazione pensante.
Il prodotto dialettico-scientifico, rispetto alla forza producente, non potendo darsi che come forma riflessa, è in realtà privo di contenuto [Ecco la lira pagabile a vista al portatore come cambiale inesigibile… Ed ecco l’euro…]. Data la dogmatizzazione formale della concretezza dell'oggetto, il pensiero è altresì incapace di concepire il potere volitivo, mediante cui è giunto ad essere una tale forma: l'uso negativo del suo essere libero.
In effetti, nel processo del pensiero matematico-fisico si verifica la mobilitazione inconsapevole della corrente vitale volitiva: questa non solo viene ogni volta annientata ed ignorata dal prodotto razionale-discorsivo, ma altresì contraddetta dagli sviluppi “pratici” del volere, connessi alla visione meccanicistica che il prodotto razionale-discorsivo comporta. [“Pratici” fra virgolette, dato che se fossero davvero pratici l’io volente sarebbe talento reale e reale valore monetario, capitale reale per tutti].
L'attività del volere viene insomma portata ad opporsi alla sua corrente di base: perciò l'estrinsecazione dell'io è astratta. L'io è inconsapevole dei suo non portare a compimento il momento dell'autocoscienza, affiorato mediante l'oggetto: l'oggetto, nella sua immediatezza finisce con l'imporre se stesso all'io, ricevendo altresì, del suo imporsi, validazione scientifica prodotta dall'io. Ne nasce la visione scientistica, e perciò esclusivamente economistica del reale (economicismo), apparentemente legittima, della cui interna contraddizione s'impossessano i critici, i retori della rivoluzione o della socialità, il cui compito è dare altre forme all'alienazione, purché non si esca dalla situazione prodotta da essa.
La forza volitiva interna al pensiero è ciò che l'uomo del passato (presocratici, socratici, grecità, ecc.) conosceva come virtù intuitiva [talento in atto], a cui la forma razionale si adeguava. L'ordine interiore dell'uomo dipendeva dal fatto che la forza di base del pensiero era percepibile PRIMA del pensiero stesso: il processo della conoscenza era creativo nella misura in cui si svolgesse secondo il rapporto gerarchico della forza con la sua forma. Si trattava di una corrente di vita mentale ancora indipendente dai supporti neuro-cerebrali, e perciò non necessitava dell’“oggettività” del dominio sensibile [anticamente infatti l’organo del pensare era ritenuto il cuore, perché si pensava col cuore, e in terza persona: “l’anima mia magnifica il Signore”, “il mio spirito esulta…”, ecc.].
La conoscenza condizionata dall'assunzione del percepire sensorio privo del proprio processo interiore, e la conseguente riduzione di ogni fatto dell'interiorità al livello di tale percepire, sovvertono la visione antica. I fedeli della metafisica, esattamente come gli attuali posseduti dall'“oggettività” fisica, sono obbligati dalla visione del mondo materiale. Ma il mondo materiale è sempre lo stesso, e non muta per il fatto che lo si proclami illusorio, o maya, o costituito da energia non percepibile.
L'alienazione dell'io, non avvertita, permane dunque a condizionare la conoscenza. La forma riflessa del pensiero proietta la propria deficienza di contenuto in un contenuto supposto della materia, che è ancora forma riflessa in cui della materia è presente soltanto l'immediatezza iniziale, o l'identità inconsapevole, per cui si da' la ripetizione del limite del suo apparire. Perciò è inevitabile che da qui parta la conoscenza del mondo come dominio quantitativo [e in ultima analisi, come SIGNORAGGIO monetario].
Non è sufficiente scoprire che il presente è il "regno della quantità": occorre comprendere per quale via esso riesca ad imporsi come "regno della quantità", e ciò che, in quanto tale, esso richiede all'uomo.
Anche per i docenti di filosofia, o per gli intellettualini, o per i professoroni, e comunque per tutti coloro che, in un modo o nell'altro, anelano a spiegare l'"età oscura", occorre pertanto la conoscenza del rapporto fra l'intelligenza razionale ed il tipo di percezione sensoria possibile all'uomo attuale in conseguenza della sua particolare costituzione fisiopsichica: occorre cioè qualcosa di più che il dato tradizionale, mediante il quale si accettano ragioni trascendenti, e della cui penetrazione simultaneamente si ammette di non essere più capaci.
La reintegrazione dell'ORDINE esige allora che, mediante ESPERIENZA soprasensibile [cioè esperimento consapevole della propria immaterialità] sia afferrato l'attuale rapporto tra pensiero e volontà (qui ti voglio!), tra elemento morto del pensiero ed elemento vivente della volontà. La reintegrazione dell'ORDINE esige che sia percepito il momento dell'alienazione della volontà nel pensiero riflesso.
In questa corrente della volontà, tutti (e non centrano qui le appartenenze politiche) possiamo ritrovare dentro di noi LA CORRENTE DELLA PERENNITÀ: LA VERA TRADIZIONE.
Solo questo genera pace (e non si tratta qui di anticomunismo, serio o non serio, antiberlusconiano o berlusconiano, pro Guevara o no, pro Tremonti o no [essere “proprò” o essere “antiprò”]; l'anticomunismo, come qualsiasi altro anti[...]ismo, è sempre un "anti", cioè un sentimento di avversione di cui devo sapermi liberare attraverso volontà. Il problema del male non può essere combattuto senza tale volontà, in modo che la mia volontà di bene non possa prendermi inconsciamente la mano).
Quella che sembra l'epoca della volontà è in effetti l'epoca della debolezza della volontà. Nella segreta interiorità individuale, le potenze dell'organizzazione corporea, in quanto potenze originarie della volontà, recano allo stato germinale la sostanza degli istinti, là dove confinano con la struttura fisica. Tali potenze esigono che la coscienza si eriga rispetto ad esse come principio libero da esse: che realizzi sul piano personale l'autonomia che esse, come correnti impersonali di volontà, hanno nella profonda organicità minerale: qui è potenzialmente, per il principio cosciente dell'uomo, l'altezza liberatrice. Quelle potenze esigono sul piano della coscienza di veglia l'essere che realizzi la loro forza, divenendo indipendente da esse. In tal modo gli istinti cercano il dominatore: non lo sterile mistico, o il moralista, o il dialettico [o il signore del signoraggio].
Il senso del pensiero è dunque che esso sia cosciente oggi del proprio moto originario.
Il suo scindersi dal supporto della forza originaria, può essere riconosciuto come l'indiretta e provvisoria azione dell'io.
La dinamica è quella in cui fu l’io stesso a provocare tale scissione per sperimentare, nell'indipendenza e nella solitudine del pensiero, il proprio essere come volontà individuale.
Ciò condizionò ovviamente il pensiero al supporto cerebrale. Ma tale supporto, funzionale e limitatore, era provvisorio.
Oggi [dall’avvento dell’epoca dell’anima cosciente, che secondo lo studio di Rudolf Steiner sui sintomi storici, durerà 2160 anni a partire dal 1413, anno successivo a quello della nascita di Giovanna d’Arco (1412-1431), e soprattutto a partire dal terzo millennio] tale supporto cessa di valere come esclusivo veicolo della coscienza, il cui movimento in realtà è in sé INDIPENDENTE dal veicolo.
Ovviamente, nella misura in cui tale supporto sinaptico continui a valere come condizione della coscienza, l'esperienza dell'uomo non può che essere limitata al mero mondo materiale ed all'assoluto meccanicismo fisico.
Ma il pensiero è giunto ad un punto di sviluppo funzionale dell'autocoscienza, in cui deve realizzare la sua indipendenza dal supporto cerebrale, la cui mediazione fornisce, sì, il senso dell'autocoscienza, ma non la realizza, anzi oltre un certo limite la impedisce.
Il pensiero che sperimenti la compiutezza del proprio movimento, ha in sé la forza, dovuta al suo essersi articolato mediante la cerebralità, e di essersene reso indipendente.
Fino a quando continuerà ad essere inserito nella cerebralità, non potrà realizzare questa forza, anche se ne preparerà la possibilità.
Il suo rimanere vincolato alla cerebralità, una volta cessata la funzione di questa, significa alterazione del pensiero e distruzione del sistema nervoso.
Il problema riguarda soprattutto gli intellettuali attuali, coloro la cui opera esige come strumento d'azione il pensiero, il quale dovrebbe fare i conti con la sindèresi aristotelica obnubilata.
L'autocoscienza che si manifesta a se stessa, grazie alla mediazione cerebrale, è il principio che può realizzare, indipendentemente dalla mediazione, il proprio atto, sorto grazie ad essa.
Il momento della mediazione cerebrale è transitorio: di continuo sollecitabile dal pensiero, ma esigente di continuo essere integrato dal moto indipendente del principio pensante.
Esaurita la funzione positiva del vincolamento alla cerebralità, è nella logica stessa del procedimento razionale la fase ulteriore del suo movimento: attuarsi là dove esso è IMMEDIATA forza-pensiero, vale a dire mediare se stesso indipendentemente dalla cerebralità.
L'analisi razionale non ha più senso, ormai, in nessun campo d'indagine, se non viene integrata dal possesso del suo processo METADIALETTICO.
Ogni volta, questo è il fondamento, ignorato e tuttavia sollecitato, a operare dallo scienziato o dal filosofo. |
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• Jun. 28, 2006 - SU FIDEL
Data presunta: aprile 2004
Caro Ignazio,
ti mando due articoli, uno del 2002 e uno del 1989, che documentano quanto dici, segno che non bisogna perdere la speranza neanche di fronte a coloro, che hanno l'occhio bovide su Fidel, lo vedono "grande" e che sono ancora innamorati di Cuba. Purtroppo conosco anch'io molta di questa gente. L'emilia purtroppo è piena di questi cretini.
1° articolo (tratto da "Il Timone", luglio-agosto 2002):
Spietato e crudele. Responsabile del sistema di repressione di migliaia di dissidenti e oppositori. Ecco quel che non si sa, o non si VUOL dire, di Che Guevara, compagno di lotta del dittatore comunista Fidel Castro e idolo di tanti pacifisti cattolici. Verso l'una e dieci del pomeriggio di una domenica (9 ottobre 1967) il guerrigliero catturato - ha un berretto nero, un'uniforme militare assai sporca, una giacca azzurra con cappuccio, il petto quasi nudo, la camicia senza bottoni - sistemato provvisoriamente su una panca con i polsi legati, è ucciso, mentre ancora gli sanguina una ferita alla gamba destra. È finito da una scarica a bruciapelo di un mitra M-2. Le ultime parole che ha proferito nei confronti del sottufficiale dei Rangers governativi boliviani Mario Teràri sono state di sonante disprezzo: "Spara vigliacco, che stai per uccidere un uomo". Il guerrigliero cadde a terra con le gambe maciullate, contorcendosi e perdendo copiosissimo sangue. Altri due sottufficiali, entrati ubriachi nella stanza, spararono ciascuno un colpo, direttamente sul volto. Poco lontano, dal villaggio di La Higuera, dove sono giunti agenti della CIA, nei pressi della gola Quebrada del Yuro, un sacerdote domenicano d'una parrocchia vicina, padre Roger Schiller, arrivò trafelato a cavallo. "Voglio confessarlo, so che ha detto: sono fritto. Voglio dirgli: lei non è fritto, Dio continua a credere in lei". Nel pomeriggio, il comandante del reparto boliviano, che è il maggiore Ayoroa, dispone che il corpo venga adagiato su una barella e gli sia legata la mandibola con un fazzoletto perché il volto non si scomponga. Un fotografo ambulante ritrasse i soldati e il suo sacerdote intento a lavare le macchie di sangue. L'elicottero volò allora in alto con il corpo sfigurato del guerrigliero. Al sottufficiale Teràn hanno promesso un orologio e un viaggio a West Point per frequentare un corso. Egli ha ucciso il comandante Ernesto Che Guevara Lynch, detto il Che, medico argentino che, con decreto governativo del 9 febbraio 1959, è stato naturalizzato cubano per servizi resi alla Rivoluzione. Da allora prese corpo la sentita e appassionante leggenda di un autentico santo laico. "Dalle migliaia di foto, posters, magliette, dischi, video, cartoline, ritratti, riviste, libri, frasi, testimonianze, fantasmi di questa società industriale, il Che ci guarda attento. La sua immagine attraversa le generazioni, il suo mito passa di corsa in mezzo ai deliri di grandezza del neoliberismo. Irriverente, beffardo, moralmente ostinato, indimenticabile", scrive in un libro, edito in italiano nel 1997 con il titolo "Senza perdere la tenerezza", Paco Ignacio Taibo II. Lo scrittore, nato a Gijon in Spagna, coglie drammaticamente il vero. La figura assieme virile e dolce del Che Guevara, il cui motto è appunto: "Bisogna essere duri senza mai perdere la tenerezza", attraversa come un lampo la storia del secolo da poco passato: dalla nascita in una famiglia della buona borghesia alla giovinezza nomade e ribelle dall'epica avventura sulla Sierra Maestra con l'amico Fidel Castro, alle responsabilità nelle istituzioni di "Cuba libera ma assediata dall'embargo statunitense", fino al tragico eccidio sui monti della Bolivia ed alla immediata nascita di un mito eroico, unico nei nostri tempi. Lui è sempre al fianco di Fidel, sempre con un itinerario ideale diverso, cioè più organicamente comunista, come è stato osservato, nel 1967, dallo scrittore Carolos Franqui che abbandonerà Castro: "Doveva essere accecante se anche i più opachi, al suo passaggio, erano illuminati". Regis Debray, l'intellettuale francese oggi vivente che lo raggiunse in Bolivia, ha scritto molto su di lui e sulla sua condotta nel libro "Révolution dans la révolution" e "Loués saient nos seigneurs le Che", edito a Parigi da Gallimard nel 1996. Egli ha tracciato un disincantato e veritiero affresco sulle incarnazioni del castrismo, come 'lunga marcia dell'America Latina" e sulle sue diverse varianti. Che Guevara materializza quella più irriducibile, severa, spietata e crudele. A mezza strada tra la violenza proto-bolscevica della Ceka e della GPU e la ferocia primordiale perpetrata nelle campagne cinesi dal maoismo. Per Debray, egli è "il più austero tra i praticanti del socialismo". È un medico, afflitto sin dal 1930 (era nato il 14 luglio del 1928 nella città di Rosario) da un inguaribile asma che lo farà soffrire nelle sue trasferte guerrigliere in Africa e in America Latina. Forse anche per questo egli è in grado di conoscere le tecniche più dolorose della punizione e segregazione per i dissidenti detenuti. Un'inflessibile ideologia con il corredo di una raffinata metodologia di persecuzione fisica. Il Che, sin dalla clandestinità, polemizza duramente con i combattenti del "Llano", la pianura, contrapponendo alla loro malleabilità la durezza dio condotta osservata in montagna, nella Sierra. Attacca Castro per lo scarso rigore e lo definisce per un pezzo, sprezzantemente, come "il leader radicale della borghesia di sinistra", sensibile alle sirene del politicantismo. Egli è in linea pregiudiziale sempre "favorevole ai processi sommari" e di lui si ricorda l'ingiunzione perentoria ai ribelli venezuelani: "Prendete un fucile e sparate alla testa di ogni imperialista che abbia più di quindici anni". Al punto che Debray, riassumendo, lo caratterizza come un "dogmatico, freddo, intollerante che non ha nulla da spartire con la natura calorosa e aperta dei cubani". Intelligente e risoluto, generoso ed egualitario con i suoi, inflessibile con i nemici, comanda energicamente il secondo Fronte di Las Villas nella conquista dell'esercito ribelle a Cuba. Durante l'avanzata, nel 1957, si distingue per l'efferatezza con la quale interpreta il suo modo di essere rivoluzionario e di liquidare nemici e presunti traditori. Eutimio Guerra, un guerrigliero, viene accusato di avere avuto una collusione con il nemico, cioè con l'esercito del dittatore Fulgencio Batista, e immediatamente deferito ad un'improvvisata Corte marziale. Il Che anticipa il verdetto. Raccontò successivamente un suo commilitone detto "Universo": "Io avevo un fucile e in quel momento il Che tira fuori una pistola calibro 22 e pac, gli pianta una pallottola qui. Che hai fatto? Lo hai ucciso. Eutimio cadde a pancia in su, boccheggiando". Nell'anno della "liberazione" di Cuba che è il 1959, il Che viene convocato da Castro, e il 7 settembre riceve l'incarico provvisorio di Procuratore militare. È una convulsa ma intensa fase della nuova Cuba che ne prefigura i caratteri sociali e civili, che deve giudicare i collaborazionisti con il passato regime, processarli e soprattutto toglierli dalla circolazione. L'anno dopo, ai primi di gennaio, si apre a Cuba il primo "Campo di lavoro correzionale" (ossia di lavoro forzato). È il Che,che lo dispone preventivamente e lo organizza nella penisola di Guanaha. Trecento ottantuno prigionieri, arresisi alle truppe castriste sull'Escambray, vengono radunati, incarcerati a Loma de los Coches e tutti fucilati. Jesus Carrera, anticastrista che è stato ferito negli scontri, chiede la grazia. Il Che gliela rifiuta ritenendolo un antagonista personale del capo Fidel. La stessa sanguinosa procedura viene riservata a Humberto Sori Marin per il quale aveva chiesto misericordia la madre. Sotto l'impegnativa e organica inclinazione del Che, prende corpo la "DSE". Il Dipartimento della Sicurezza di Stato, noto anche con il nome di "Direcciòn general de contra-intelligencia". Un dettagliato regolamento elaborato puntigliosamente dal medico argentino, fissa le punizioni corporali per i dissidenti recidivi e "pericolosi" incarcerati: salire le scale delle varie prigioni con scarpe zavorrate di piombo; tagliare l'erba con i denti; essere impiegati nudi nelle "quadrillas" di lavori agricoli; venire immersi nei pozzi neri. Marta Frayde, già rappresentante di Cuba all'UNESCO e, dopo i primi anni, incarcerata, ha descritto le celle riservate ai "corrigendi": sei metri per cinque, ventidue brandine sovrapposte, in tutto quarantadue persone in una cella. Le accuse nei Tribunali sommari rivolte ai controrivoluzionari vengono accuratamente selezionate e applicate con severità: religiosi, fra i quali l'Arcivescovo dell'Avana, Monsignor Jaime Ortega; adolescenti e bambini; omosessuali. La fortezza "La Cabana di Santiago" viene utilizzata come centro di smistamento. Il procuratore Guevara Lynch illustra a Fidel Castro e applica un "Piano generale del carcere", definendone anche la specializzazione. Vengono così organizzate le case di detenzione "Kilo 5,5" a Pinar del Rio. Esse contengono celle disciplinari definite "tostadoras", ossia tostapane, per il calore che emanavano. La prigione "Kilo 7" viene frettolosamente fatta sorgere a Camaguey: una rissa nata dalla condizioni atroci procurerà la morte di quaranta prigionieri. Il campo di concentramento La Cabanas ospita le "ratoneras", buchi di topi, per la loro angustia. La prigione Boniato comprende celle con le grate chiamate "tapiades", nelle quali il poeta Jorge Valls trascorrerà migliaia di giorni di prigione. Il carcere "Tres Racios de Oriente" include celle larghe un metro, alte un metro e ottanta centimetri e lunghe dieci metri, chiamate "gavetas". La prigione di Santiago "Nueva Vida" ospita cinquecento adolescenti. Quella "Palos", bambini di dieci anni; quella "Nueva Carceral de la Habana del Est", omosessuali dichiarati o sospettati. Ne parla il film su Reinaldo Arenas "Prima che sia notte", di Julian Schnabel uscito nel 2000. Il Che lavora con strategia rivolta non solo al presente ma al futuro Stato dittatoriale. Nel corso dei due anni passati come responsabile della Seguridad del Estado, avendo come collaboratore Osvaldo Sanchez che era esperto principale comunista, si materializza la persecuzione contro la Chiesa. Pascal Fontanie, nel suo libro "America Latina alla prova", calcola che centotreuntuno sacerdoti hanno perduto la vita fino al 1961 nel periodo in cui Guevara era artefice massimo del sistema segregazionista dell'isola. Viene definito "il macellaio del carcere - mattatoio di La Cabana". Si oppone con forza alla proposta di sospendere le fucilazioni dei criminali di guerra". Più che da Danton discende dall'incorruttibile, l"'incorruttibile" Robespierre. Quando ai primi del 1960 a lui viene assegnata la carica di Presidente del Banco Nacional, Fidel lo ringrazia con calore per la sua opera repressiva. Egli ne generalizza ancor più i metodi per cui ai propri nuovi collaboratori, per ogni minima mancanza, minaccia "una vacanza nei campi di lavoro di Guanahacabibes". Il medico argentino, il più coerente leninista dell'America Latina, il meno reticente delle proprie idee e propositi pratici, è l'autentico motore di una ideologia totalitaria e di una macchina penitenziaria statale. La sua azione, esplicitamente ispirata ad una concezione coercitiva, impersona, come egli scrisse: "l'odio distruttivo che fa dell'uomo un'efficace, violenta, selettiva, fredda macchina per uccidere".
2° articolo (tratto da "Black Flag" di novembre-dicembre 1989):
Nell'oscurità delle celle di uno delle più conosciute prigioni cubane c'è un militante anarcosindacalista che pensa che sia stato dimenticato per sempre. Angel Donato Martinez è uno dei pochi membri reduci del gruppo Zapata, un raggruppamento agrario anarcosindacalista che comparve agli inizi degli anni '80 per sfidare le pratiche staliniste del regime. Il gruppo si considera nella tradizione dei grandi rivoluzionari Emiliano Zapata e Ricardo Magon Flowers, e promossero agitazioni industriali e sindacalizzazione. Dal momento che la libera costituzione di sindacati non era tollerata i membri di questo gruppo furono costretti ad agire clandestinamente. Nel 1982 diversi scioperi di largo successo ebbero luogo.
Le autorità decisero di stringere le corde e di liberarsi degli attivisti. La polizia agì con accortezza catturando i 20 membri del gruppo Zapata. Essi furono accusati di aver costituito un sindacato indipendente e di sabotaggio industriale. Uno dei 20 prigionieri, Paron Charity, morì in prigione, vittima di torture subite nel corso degli interrogatori di Villa Marist. Altri cinque furono condannati a morte. Immediatamente partì una campagna degli anarchici in esilio per salvarli: furono inviate comunicazioni. La maggior parte di questi messaggi non fu fatta arrivare ai destinatari in modo da sopprimere la campagna informativa. Nessuno poteva credere che questo tipo di cose potessero accadere a Cuba, superando così l'ignoranza dei molti che fuori dall'isola ignorano la reale situazione del paese. Così, la campagna internazionale a supporto si ridusse agli esiliati in centro america e in Europa.
Come risultato di questa campagna le sentenze di morte per i cinque furono commutate in condanne di lungo termine. Oggi sappiamo solo il destino di uno di loro, Donato, mentre degli altri quattro si ignora se siano ancora in prigione o siano morti. Donato si trova nel carcere "Combinado del Este". Negli anni, il trattamento agli anarchici cubani e ai sindacalisti agrari - che chiedono libertà, terra e collettivizzazione - è stata di persecuzione, prigione e - frequentemente - la morte. Dal 1982 molti militanti sono stati uccisi. Ramon Toledo Lugo e Armando Hernandez furono assassinati dalle squadre della morte. Altri furono condannati a 30 anni di prigione come i fratelli Carlos, David e Jorge Thistle, Jesus Varda, Israel Lopez Toledo e Timoteo Toledo Lugo. Le loro stesse mogli sono state imprigionate per cospirazione. Tutto questo rappresenta solo una piccola frazione della repressione degli anarchici e dei sindacalisti a Cuba".
PS. Naturalmente per il "Centro de Informacion para la Prensa", Angel Donato Martinez è un terrorista. |
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• Jun. 28, 2006 - Applausi
Data presunta: aprile 2004
Titolo: Bravo Nereo! Ottimo Nereo!
Domanda (di Ignazio) ai ragazzi del forum
È noto che i comunisti occidentali, o almeno molti di essi, vivono non tanto nel mito dell'Unione Sovietica (che è vista come una conseguenza nefasta del bell'ideale di Marx - bello? in che?), quanto nel mito di Che Guevara, di Cuba e di Fidel Castro. Proprio l'altro giorno, parlando con un mio amico, lui mi disse che "Fidel è un grande" e che a Cuba non c'è dittatura (che, naturalmente, c'è invece in America).
La domanda è (anzi, le domande sono:):
- se Castro non è un dittatore cosa si deve fare per essere considerati dittatori?
- se Che Guevara è un eroe cosa si deve fare per essere considerati dei delinquenti?
- se l'America non è una democrazia cosa si deve fare per essere democratici?
Spiego la natura di queste tre domande.
Castro, a Cuba, è letteralmente un diavolo. Ha abolito ogni possibile sua opposizione, e la notizia di quei giornalisti uccisi perché hanno osato dire qualcosa che a lui non andava bene è piuttosto recente. Nel 2001 ci fu un tifone a Cuba e giunsero 400 milioni di dollari dagli Stati Uniti per rimettere in sesto le piantagioni distrutte e le famiglie colpite dal cataclisma. Li avete visti voi quei soldi? Così li ha visti la popolazione cubana. Mangia come un maiale mentre il popolo muore di fame. Non è un dittatore costui?
Che Guevara, alla fin fine, ha combattuto contro un dittatore (Bautista) e ne ha eretto un altro (Castro), col quale le condizioni di vita della gente sono peggiorate sensibilmente. Non solo, ma è stato anche al suo servizio alla Banca nazionale di Cuba, dove ha potuto maneggiare più soldi che bandiere rosse. Peraltro sappiamo bene che la popolazione cubana sono quarant'anni che mangia cani per sostenersi mentre lui viveva in una villa di 1000 metri quadrati nel cui giardino giocava a golf e girava per L'Avana con una limousine. Tutto questo grazie ai crimini di guerra commessi. Non è un delinquente?
Quanto alla terza non credo siano necessarie spiegazioni. |
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• Jun. 27, 2006 - Rarità monetaria e uomo bomba
04/04/04
Il "tollerante occidente con il suo guanto di velluto" tanto cinico quanto nichilista ha solo un modo per contrastare il pugno di ferro del terrorismo: smetterla di generarlo. La partita si chiama: economia.
Un esempio: Pedro Solbes (Commissario uscente dell'UE) ha detto che "in generale le riduzioni fiscali vanno coperte con tagli di spesa, senza peggiorare la situazione del deficit e del debito" (Corriere della Sera, 2-4-04, p.3). Ha proposto così, all'attenzione dell'Europa, un errore strategico (e si sa che gli errori strategici sono i più deleteri perché portatori di morte). Tale errore è basato sul falso problema dell'ingiustificata salvaguardia della RARITÀ MONETARIA. Il problema della rarità monetaria incontrollabile oggi infatti non esiste più dal 1971. Esisteva quando la moneta era d'oro o convertibile in oro (perché la rarità dell'oro era condizionata dalla legge fisica della sua esistenza e dall'alto costo di produzione del metallo a caratura programmata). Con l'abolizione della convertibilità e della stessa riserva (fine degli Accordi di Bretton Woods, 15 agosto 1971) la rarità monetaria non è più condizionata da leggi fisiche, ma programmata, a costo nullo, dalle banche centrali (che stabiliscono la quantità ed i tempi dell'emissione monetaria in prestito e/o il ritiro di liquidità dal mercato con i prelievi fiscali ed il saldo dei crediti).
Poiché il potere d'acquisto della moneta è condizionato dalla legge della rarità, si impone la necessità di stabilire se è la rarità della moneta che dev'essere condizionata dalla rarità dei beni, o se è la rarità dei beni che deve essere condizionata dalla rarità della moneta.
Per rispondere a questo quesito ti porto un esempio elementare. QUANDO COMPRI UN PAIO DI SCARPE COMMISURI I PIEDI ALLE SCARPE O LE SCARPE AI PIEDI? L'usuraio pretende di imporre scarpe strette e quindi, se necessario, tagliare i piedi, come propone oggi il Governo Berlusconi: e per far cassa, il governo studia il taglio degli aiuti alle imprese (!!!) (cfr. Corriere della Sera, 02/04/04 p.3).
Mentre l'usuraio vuole controllare piedi, più grossi possibili, con le scarpe più strette possibili, per aumentare il più possibile il contenuto podologico delle scarpe - cioè il potere d'acquisto della moneta - il contadino, giustamente, pretende scarpe comode a giusta misura dei piedi, il che significa adeguare la rarità della moneta alla rarità dei beni ed agli incrementi produttivi e non viceversa. Il valore della moneta è in fatti, come ogni valore, quello di rapporto fra le cose.
IN QUESTE CIRCOSTANZE ABBIAMO OGGI LA POSSIBILITÀ DI GIUDICARE TUTTI, CIOÈ DI USARE IL NOSTRO DISCERNIMENTO CRITICO SU TUTTI: GOVERNI, MINISTRI, MAGISTRATI, SINDACATI ECC. PER DISTINGUERE CHI STA DALLA PARTE DELL'USURAIO E CHI DALLA PARTE DEL CONTADINO.
Per rispondere alla tua (mia) domanda, dico che emerge, ed emergerà sempre più, secondo me, la necessità di sostituire alla banca centrale la funzione monetaria come quarto potere costituzionale dello stato (intendendo ovviamente lo Stato come costituito dal popolo sovrano, non quale esso è attualmente: burocratico, cioè carta).
Come “si sa”, la banca centrale è una S.p.A con scopo di lucro e quando si pretende di gestire la sovranità monetaria con scopo di lucro, si cade necessariamente nella logica dell'usuraio e del calzolaio che promuove la politica delle "scarpe strette".
Su questa linea, purtroppo, sono tutti unanimemente d'accordo.
L'unica differenza che distingue Berlusconi, Fini, Tremonti, Maroni, Solbes e l'U.E. [NOTA DI NEREO AL 27 GIUGNO 2006: SI AGGIUNGA PRODI, FASSINO, RUTELLI, E TUTTI GLI ALTRI MENTECATTOCOMUNISTI] sta solo nello stabilire il grado di "strettezza delle scarpe".
Speriamo che ci consentano di camminare, sia pure zoppicando.
Per realizzare una società libera fondata sull’associazione volontaria e cooperativa degli individui, delle comunità, dei gruppi sociali, dei liberi produttori, è necessario sbarazzarsi di tutte le istituzioni fondate sui privilegi, sulla diseguaglianza, sulla gerarchia.
Questo radicale capovolgimento sociale non può che darsi attraverso una RIVOLUZIONE DELLE COSCIENZE e di conseguenza attraverso la rinascita dall’interno delle strutture materiali esistenti.
Non credo nella lotta armata e tanto meno nell'uomo bomba, che è l'ultimo stadio di chi, avendo perso ogni speranza nel futuro, crede che l'unico suo diritto, in questa società di usurai e di camerieri degli usurai (la classe dei politici, Berlusconi compreso) sia quello di morire.
Dopo il crollo del muro di Berlino, l'uomo bomba è convinto probabilmente che la contraddizione del marxismo si appiani nella misura in cui faccia esplodere se stesso, anziché portare le scarpe strette, nelle quali siamo tutti costretti, e sempre più lo saremo, se non ci occuperemo noi dei nostri soldi.
Marx considerò lo Stato il riflesso politico dei rapporti di produzione economici. Ciò nonostante, attribuì al potere statale, una volta abbattuta la società capitalistica, il compito di guidare il passaggio della società al comunismo.
La funzione dello Stato comunista dopo la rivoluzione non era infatti solo quella di difenderla dai suoi nemici, ma anche quella di riunire su di sé il controllo di tutta l’economia. Solo la pianificazione totale avrebbe infatti permesso il passaggio alla società comunista. Contraddizione, questa, davvero enorme, che inficiava tutta l’analisi di Marx: SE LO STATO ERA ESSENZIALMENTE UNA SOVRASTRUTTURA, COME AVREBBE FATTO AD UN CERTO PUNTO DELLA STORIA AD ACQUISIRE UNA TALE AUTONOMIA STRUTTURALE DA DIVENIRE ADDIRITTURA PROTAGONISTA DI UNA METAMORFOSI ECONOMICA?
Mirando alla conquista del potere politico, il comunismo ha di fatto rafforzato il potere dello Stato, creando una nuova classe, quella burocratica, e un nuovo dominio, assolutamente più spietato di quello borghese; la dittatura del proletariato si è ritorta contro il proletariato, divenendo dittatura sul proletariato. Ci vogliono gli uomini bomba ora?
Stiamo a vedere.
È triste tutto questo. Però non bisogna perdere le speranze nell'universalità del pensiero umano.
La teoria marxista ha potuto avere un unico esito, la costruzione di uno Stato totalitario retto dai capi del partito comunista; questi ultimi hanno finito per costituire una nuova classe dominante intellettuale e burocratica, monopolizzatrice del sapere, che ha esercitato e tende tutt'ora ad esercitare (anche nel cattoconsortile consociativismo italiano) il suo dispotico dominio sulle masse, riproducendo, rafforzando e cristallizzando la divisione classista della società, in virtù di una ideologia oppressiva travestita da scienza (o da teologia, che non è altro che teo-ideologia) di liberazione.
La società comunista, il marxismo realizzato, i comunisti, nella ex-URSS e in tutti gli stati dove presero il potere, realizzarono depressione economica nella misura in cui il popolo non si chiese mai: che cosa significava che il proletariato dovesse elevarsi a classe dominante? Com'era possibile che tutto il proletariato si mettesse alla testa del governo?
PERCIÒ CREDO SIA GIUSTO CHIAMARE BUE QUESTO POPOLO. ANZI SAREBBE MEGLIO DIRE POPOLO MULO. I marxisti attuali invece, credo siano consci di tale contraddizione, e che si rendano conto che un governo di scienziati è un’effettiva dittatura, nonostante tutte le sue forme democratiche. Cent'anni fa si consolavano con l’idea che tale dominio sarebbe però stato temporaneo. Perciò da un secolo, costoro concentrano tutto il potere amministrativo nelle loro mani, dato che il popolo bue (o mulo) ha bisogno di un robusto controllo. E NEANCHE SI ACCORSERO CHE ERANO ANCHE LORO CONTROLLATI, IN REALTÀ, ATTRAVERSO LE BANCHE CENTRALI, CON LE QUALI PRETENDEVANO CONTROLLARE TUTTO IL COMMERCIO, L’INDUSTRIA, L’AGRICOLTURA E LA SCIENZA. Il popolo bue viene così posto agli ordini degli ingegneri di stato che costituiscono la nuova classe “politiko-scientifika-teknologika” privilegiata, a sua volta controllata dai banchieri.
Di queste cose, per incominciare, bisognerebbe prendere coscienza. E ciò vale non solo nel senso hegeliano o filosofico in generale della contraddizione, ma anche nel senso del moralismo comunista.
È ORA DI "DARCI UN TAGLIO"!
I caratteri fondanti il progetto comunista sono gli ideali cristiani dell'amore e della comunanza, assommati al mito produttivistico del lavoro inteso quale attributo identitario del singolo nella società comunista!
Dietro la facciata umanitaria e solidaristica, l'idea comunista nasconde un progetto pedagogico totalitario! In una società dove regnano l’amore e il lavoro gli individui che non si piegano alla moralità collettiva sono più che dei devianti sociali: sono dei malati mentali e come tali devono essere rieducati, curati nei Gulag!
Il fatto che il comunista veda in te l'uomo, il fratello, è dunque solo l'aspetto domenicale del comunismo; secondo l'aspetto feriale del comunismo, invece, egli non ti considera affatto soltanto come uomo, ma come lavoratore umano o come uomo lavoratore!
La prima concezione esprime il principio liberale, nella seconda si nasconde una concezione illiberale; se tu fossi un “fannullone”, il comunismo non disconoscerebbe certo l'uomo in te, ma tenterebbe di purificare l'“uomo pigro” che è in te, di levarti la pigrizia, e convertirti alla fede secondo cui il lavoro è “vocazione” e “missione” dell'uomo; però, essendo questo un progetto impossibile, lo Stato ti rinchiude, trasformandoti da concittadino in compagno di prigione (o di manicomio o di ospedale, secondo il comunismo e la sua filosofia normativistica di prescrizione morale per l’individuo)!
"Con il nostro nichilismo, il nostro pingue cinismo, un po' decadente e tanto raffinato riusciremo a contrastare il nichilismo dei corpi, solidi, sanguinanti, esplosivi?” La mia risposta è no.
Anche perché credo che più che contrastare si tratti di comprendere.
Se mi metti davanti a una partitura difficile, certamente non la suono a prima vista. Occorre individuare sempre l'eventuale errore tecnico per procedere. Però se chiamo i miei errori non errori, e piuttosto che cambiare diteggiatura, mi taglio la mano, potrò tutt'al più suonare un tamburo.
Ciao. Nereo |
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Sono qui pubblicati post creati da Nereo Villa dal 2003 al 2005 per un forum di sedicenti filosofi-eroi. L’autore di questi post li ripubblica come testimonianza delle difficoltà avute nel tentativo di informare le “nuove” generazioni in merito a verità sociali, che nel 2006 incominciano ad essere di dominio pubblico - almeno per i navigatori di Internet, dato che la carta stampata ha appena incominciato ad informarne il cittadino. IL TEMPO PRESENTE, DI FRONTE ALLA CLASSE POLITICA DEGLI “ASURA” (asura è un termine sanscrito che significa propriamente “spiriti del male”, da “asu”, o meglio da “a-sura”, che etimologicamente significa “non dèi”; anticamente gli asura erano infatti sura detronizzati, cioè dèi trasformati in demoni da teologi settari), ESIGE PIÙ CHE MAI LO SPIRITO CRISTIANO DI EPICHEIA. Epicheia è DIRITTO E DOVERE DI SUPERIORE CAPACITÀ DI EQUILIBRIO GIURIDICO là dove lo Stato di diritto diventa diritto di Stato di rapina legale, e dove la legge è espressione astratta, cioè tanto formale e notarile quanto costringente, del male da compiere. Oggi siamo costretti a sottostare democraticamente alla mafia del potere finanziario, e ad accettare il signoraggio - deprecato da Gesù con le parole “Non chiamate nessuno Signore” - che fa del cittadino un mafioso, dato che accetta di pagare le tasse, cioè il pizzo di un debito inesigibile ("Pagabile a vista al portatore" era infatti la scritta che veniva stampata sulle vecchie banconote, e che valeva come cambiale, paradossalmente detta "inesigibile" (Barucci, ministro al tempo del governo Ciampi) perché anche quando c’era ancora il principio della convertibilità cartamoneta-oro, il cittadino che si fosse presentato come portatore richiedente oro, avrebbe riscosso soltanto una risata; ed oggi non solo la convertibilità con l’oro è stata abolita, ma dal 31 luglio 1971 è stata abolita addirittura la riserva aurea stessa. Perciò le banche centrali non hanno alcun diritto di prestare ciò che non hanno, né di esigere interessi su tale “prestito”). I politici, difensori degli interessi delle banche centrali, trovano giusto il prelievo fiscale, esclusivamente perché in tal modo possono percepire uno stipendio 50 volte superiore a quello del cittadino. D’altra parte, coloro che comprendono anche solo un minimo aspetto del dilemma monetario propongono subito di fare un partito o una banca con tanto di progetto adatto ai tempi. E i signori dell’euro li lasciano fare, perché sanno che, tanto, con un po' di coca da una parte e con una manciata “n-euro”-logica di titoli politici dall'altra, tutti sono addormentabili e scientificamente persuasi che essere schiavi è bello. Ecco perché l'unica via possibile oggi è la riflessione sul senso del Golgota e dell'epicheia.
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