Leggi: essere pro Prodi o essere anti Prodi non è rivoluzione ma alienazione.
4 aprile 2004
ALIENAZIONE
[Fra parentesi quadre: note, aggiunte e/o correzioni testo di Nereo al 28 giugno 2006]
"Libero pensi ognun come desia:
ma se qualcuno non pensa come noi,
ghigliottinato sia…"
Così diceva un certo Carlo Roncalli...
Si potrebbe dire che questo modo di ragionare è oggi comune alla maggior parte degli esseri umani, me compreso. Se non fosse così, non mi incazzerei mai. E invece sono spesso alquanto "alienato", cioè identificato in questo o quel mio detrattore, dimenticandomi che in fondo non è egli il suo errore quando sbaglia nei miei confronti.
L'errore è sempre mio, ed è nascosto nella mia tendenza a considerare gli spiriti esterni a me, mentre la massima facoltà apportatrice di pace che abbiamo è quella di prendere dentro di noi (comprendere) ogni "io" altrui.
Nell'alienazione di cui parla Marx va riconosciuto un concetto essenzialmente diverso da ciò che intende Hegel con l'identico termine. Per Hegel l'alienazione è sostanzialmente il momento del rappresentare rispetto al percepire: il momento in cui il pensare si estrania a sé per aderire alla percezione. Occorre precisare che la percezione può avere parimenti contenuto sensibile o extrasensibile. Il momento percettivo, tuttavia, dovrebbe essere per il pensiero l'alienazione provvisoria mediante cui possa ritornare identità con sé, recante la coscienza dell'identità con il percepire.
Tale COSCIENZA DELL'IDENTITÀ manca alla filosofia moderna: per essa il pensiero si è arrestato al momento dell'alienazione: dal quale sorge - come dominio trascendente il mondo dell'oggettività fisica - il mondo… di Marx.
È l'estraniamento a sé, in cui il pensiero ha [avrebbe] la
possibilità della libertà: possibilità che può realizzare soltanto dove ripercorra consapevolmente il movimento del proprio estraniarsi. Anzi occorre dire che l'esperienza percettiva, sensoria o psichica, in definitiva non dovrebbe avere altro senso: l'alienazione del pensiero è la via verso la liberazione del pensiero, mediante cui si attua l'essere spirituale della coscienza.
Dalla provvisoria alienazione del pensiero per il proprio essere libero, arrestata nella sua contingenza, nasce la possibilità che la tecnologia e il processo economico - sia in senso capitalistico, sia in senso anticapitalistico - asservano l'uomo.
NON È UN SISTEMA SOCIOECONOMICO A SCHIAVIZZARE L'UOMO, COME CREDE MARX, BENSÌ UN LIVELLO DI PENSIERO: L'ESSERE DI UN PENSIERO ALIENATO, CHE SI FA SISTEMA SOCIOECONOMICO.
Il pensiero va mutato. E non può essere mutato se non dall'uomo stesso all'interno di sé: dall'uomo che presume pensare.
Il contestatore dovrebbe cominciare col contestare se stesso.
[Si deve poter penetrare il processo per cui, nella scienza della quantità, i fatti (l'oggetto, gli oggetti) assurgono nella loro immediatezza ad essere asserti-primi (indimostrabili come veri in sé) ma fondamentali per gli sviluppi logici del pensiero, che però iniziano ad escludere, per subito dopo asservire]. In tal senso, se si esclude il sapere matematico-fisico, nessuna scienza odierna è vera, ma nessun contestatore se ne accorge.
In realtà, l'oggetto o il fatto non sono nulla se non vengono penetrati dal pensiero capace di rivivere secondo il proprio essere volitivo il loro valore, o il fondamento.
Il momento della coscienza riflessa determinantesi in rapporto all'apparire dell'oggetto, o del fatto, è appena l'inizio di tale penetrazione, subitamente smarrito.
Dalla corrente viva della volontà fluente verso la materia sorge, come estraniamento ad essa, il pensiero razionale, la forma riflessa. Questo pensiero sembra sorgere come razionalità per penetrare il sensibile, ma in realtà è razionale perché si modella secondo l'immagine sensibile del mondo: si produce tramite il sensibile, in quanto la sua interna corrente volitiva incontra realmente il sensibile, dal quale però come attività formale rimane fuori, sembrando priva di proprio contenuto. Il contenuto appare infatti il sensibile che si fa sensazione o rappresentazione mediante il suo atto: IMPRONTA DI PENSIERO NON COSCIENTE DI SÉ. Ha in immagini, e quindi in concetti, il prodotto dell'incontro del suo essere volitivo con il mondo minerale, che non arriva ad assumere come correlazione, e perciò nella sua compiutezza. Per esso, L'AUTOCOSCIENZA SI ARRESTA AL GRADO PIÙ INGENUO: LA CORRELAZIONE DELLA QUANTITÀ, LA MISURA NUMERICA COME VALORE.
In definitiva: la corrente volitiva pensante si fa pensiero razionale (vale a dire riflesso) là dove, essendo inerente alla cerebralità, diventa cosciente: il moto riflesso, anche se qualitativamente volitivo, è privo di vita. Nel suo essere privo di vita, serve a dar forma al sensibile, come a un contenuto il cui apparente "in sé" è il segno dell'incompiutezza o della rinuncia del pensiero al proprio potere di profondità, che è dire, dell'io al proprio essere.
Il pensiero riflesso diventa l'"in sé" continuo di una materia che al suo interno nasconde materia, o energia, o anti-materia, ecc., cioè l'interminabile correlativo di un conoscere che rimane sempre fuori della massiccia alterità della materia: simbolo dell'autocoscienza alienata, o del soggetto umano indagante, ignorato.
Detto con altre parole, la dialettica hegeliana derealizzata, cioè priva di contenuto interiore e formalmente rielaborata così da non avere altro rapporto con i suoi temi se non l'assoluto discorsivismo, costituisce il livello al quale oggi si trova il generale pensiero umano. [Giusto è dunque il discorso di chi afferma che esiste sul pianeta una razza di “rettiliani” dominatrice dei popoli attraverso il signoraggio bancario: il cittadino è dominato da questi signori del signoraggio proprio perché è lui che vuole esserlo: al livello in cui si trova col proprio pensiero. Ecco perché ogni lotta esterna contro il signoraggio bancario è infruttuosa].
Nel razionalista attuale, logico, scienziato, tecnologo, economista, ecc., la corrente della volontà impegnata dal pensiero, e rivolta agli oggetti d'indagine, è ravvisabile come potere di determinazione empirica, che è base dell'autocoscienza.
Tale potere è usato ma non posseduto dall'attuale razionalista. [E nella carta moneta, lo usiamo senza averlo: esattamente come i banchieri usano il valore aureo senza avere l’oro!].
Se infatti lo si possedesse, si avrebbe una reale esperienza del pensiero [e della moneta]: non un'esperienza MEDIANICA, ma un'esperienza COSCIENTE. Si tratta della corrente del volere interna al pensiero, che rimane estranea allo specifico contenuto del nostro riflettere, dato che il fatto, l'oggetto, è lasciato valere dal pensiero, riflesso secondo la sua immediatezza assoluta, ed assoluta inconsapevolezza della mediazione pensante.
Il prodotto dialettico-scientifico, rispetto alla forza producente, non potendo darsi che come forma riflessa, è in realtà privo di contenuto [Ecco la lira pagabile a vista al portatore come cambiale inesigibile… Ed ecco l’euro…]. Data la dogmatizzazione formale della concretezza dell'oggetto, il pensiero è altresì incapace di concepire il potere volitivo, mediante cui è giunto ad essere una tale forma: l'uso negativo del suo essere libero.
In effetti, nel processo del pensiero matematico-fisico si verifica la mobilitazione inconsapevole della corrente vitale volitiva: questa non solo viene ogni volta annientata ed ignorata dal prodotto razionale-discorsivo, ma altresì contraddetta dagli sviluppi “pratici” del volere, connessi alla visione meccanicistica che il prodotto razionale-discorsivo comporta. [“Pratici” fra virgolette, dato che se fossero davvero pratici l’io volente sarebbe talento reale e reale valore monetario, capitale reale per tutti].
L'attività del volere viene insomma portata ad opporsi alla sua corrente di base: perciò l'estrinsecazione dell'io è astratta. L'io è inconsapevole dei suo non portare a compimento il momento dell'autocoscienza, affiorato mediante l'oggetto: l'oggetto, nella sua immediatezza finisce con l'imporre se stesso all'io, ricevendo altresì, del suo imporsi, validazione scientifica prodotta dall'io. Ne nasce la visione scientistica, e perciò esclusivamente economistica del reale (economicismo), apparentemente legittima, della cui interna contraddizione s'impossessano i critici, i retori della rivoluzione o della socialità, il cui compito è dare altre forme all'alienazione, purché non si esca dalla situazione prodotta da essa.
La forza volitiva interna al pensiero è ciò che l'uomo del passato (presocratici, socratici, grecità, ecc.) conosceva come virtù intuitiva [talento in atto], a cui la forma razionale si adeguava. L'ordine interiore dell'uomo dipendeva dal fatto che la forza di base del pensiero era percepibile PRIMA del pensiero stesso: il processo della conoscenza era creativo nella misura in cui si svolgesse secondo il rapporto gerarchico della forza con la sua forma. Si trattava di una corrente di vita mentale ancora indipendente dai supporti neuro-cerebrali, e perciò non necessitava dell’“oggettività” del dominio sensibile [anticamente infatti l’organo del pensare era ritenuto il cuore, perché si pensava col cuore, e in terza persona: “l’anima mia magnifica il Signore”, “il mio spirito esulta…”, ecc.].
La conoscenza condizionata dall'assunzione del percepire sensorio privo del proprio processo interiore, e la conseguente riduzione di ogni fatto dell'interiorità al livello di tale percepire, sovvertono la visione antica. I fedeli della metafisica, esattamente come gli attuali posseduti dall'“oggettività” fisica, sono obbligati dalla visione del mondo materiale. Ma il mondo materiale è sempre lo stesso, e non muta per il fatto che lo si proclami illusorio, o maya, o costituito da energia non percepibile.
L'alienazione dell'io, non avvertita, permane dunque a condizionare la conoscenza. La forma riflessa del pensiero proietta la propria deficienza di contenuto in un contenuto supposto della materia, che è ancora forma riflessa in cui della materia è presente soltanto l'immediatezza iniziale, o l'identità inconsapevole, per cui si da' la ripetizione del limite del suo apparire. Perciò è inevitabile che da qui parta la conoscenza del mondo come dominio quantitativo [e in ultima analisi, come SIGNORAGGIO monetario].
Non è sufficiente scoprire che il presente è il "regno della quantità": occorre comprendere per quale via esso riesca ad imporsi come "regno della quantità", e ciò che, in quanto tale, esso richiede all'uomo.
Anche per i docenti di filosofia, o per gli intellettualini, o per i professoroni, e comunque per tutti coloro che, in un modo o nell'altro, anelano a spiegare l'"età oscura", occorre pertanto la conoscenza del rapporto fra l'intelligenza razionale ed il tipo di percezione sensoria possibile all'uomo attuale in conseguenza della sua particolare costituzione fisiopsichica: occorre cioè qualcosa di più che il dato tradizionale, mediante il quale si accettano ragioni trascendenti, e della cui penetrazione simultaneamente si ammette di non essere più capaci.
La reintegrazione dell'ORDINE esige allora che, mediante ESPERIENZA soprasensibile [cioè esperimento consapevole della propria immaterialità] sia afferrato l'attuale rapporto tra pensiero e volontà (qui ti voglio!), tra elemento morto del pensiero ed elemento vivente della volontà. La reintegrazione dell'ORDINE esige che sia percepito il momento dell'alienazione della volontà nel pensiero riflesso.
In questa corrente della volontà, tutti (e non centrano qui le appartenenze politiche) possiamo ritrovare dentro di noi LA CORRENTE DELLA PERENNITÀ: LA VERA TRADIZIONE.
Solo questo genera pace (e non si tratta qui di anticomunismo, serio o non serio, antiberlusconiano o berlusconiano, pro Guevara o no, pro Tremonti o no [essere “proprò” o essere “antiprò”]; l'anticomunismo, come qualsiasi altro anti[...]ismo, è sempre un "anti", cioè un sentimento di avversione di cui devo sapermi liberare attraverso volontà. Il problema del male non può essere combattuto senza tale volontà, in modo che la mia volontà di bene non possa prendermi inconsciamente la mano).
Quella che sembra l'epoca della volontà è in effetti l'epoca della debolezza della volontà. Nella segreta interiorità individuale, le potenze dell'organizzazione corporea, in quanto potenze originarie della volontà, recano allo stato germinale la sostanza degli istinti, là dove confinano con la struttura fisica. Tali potenze esigono che la coscienza si eriga rispetto ad esse come principio libero da esse: che realizzi sul piano personale l'autonomia che esse, come correnti impersonali di volontà, hanno nella profonda organicità minerale: qui è potenzialmente, per il principio cosciente dell'uomo, l'altezza liberatrice. Quelle potenze esigono sul piano della coscienza di veglia l'essere che realizzi la loro forza, divenendo indipendente da esse. In tal modo gli istinti cercano il dominatore: non lo sterile mistico, o il moralista, o il dialettico [o il signore del signoraggio].
Il senso del pensiero è dunque che esso sia cosciente oggi del proprio moto originario.
Il suo scindersi dal supporto della forza originaria, può essere riconosciuto come l'indiretta e provvisoria azione dell'io.
La dinamica è quella in cui fu l’io stesso a provocare tale scissione per sperimentare, nell'indipendenza e nella solitudine del pensiero, il proprio essere come volontà individuale.
Ciò condizionò ovviamente il pensiero al supporto cerebrale. Ma tale supporto, funzionale e limitatore, era provvisorio.
Oggi [dall’avvento dell’epoca dell’anima cosciente, che secondo lo studio di Rudolf Steiner sui sintomi storici, durerà 2160 anni a partire dal 1413, anno successivo a quello della nascita di Giovanna d’Arco (1412-1431), e soprattutto a partire dal terzo millennio] tale supporto cessa di valere come esclusivo veicolo della coscienza, il cui movimento in realtà è in sé INDIPENDENTE dal veicolo.
Ovviamente, nella misura in cui tale supporto sinaptico continui a valere come condizione della coscienza, l'esperienza dell'uomo non può che essere limitata al mero mondo materiale ed all'assoluto meccanicismo fisico.
Ma il pensiero è giunto ad un punto di sviluppo funzionale dell'autocoscienza, in cui deve realizzare la sua indipendenza dal supporto cerebrale, la cui mediazione fornisce, sì, il senso dell'autocoscienza, ma non la realizza, anzi oltre un certo limite la impedisce.
Il pensiero che sperimenti la compiutezza del proprio movimento, ha in sé la forza, dovuta al suo essersi articolato mediante la cerebralità, e di essersene reso indipendente.
Fino a quando continuerà ad essere inserito nella cerebralità, non potrà realizzare questa forza, anche se ne preparerà la possibilità.
Il suo rimanere vincolato alla cerebralità, una volta cessata la funzione di questa, significa alterazione del pensiero e distruzione del sistema nervoso.
Il problema riguarda soprattutto gli intellettuali attuali, coloro la cui opera esige come strumento d'azione il pensiero, il quale dovrebbe fare i conti con la sindèresi aristotelica obnubilata.
L'autocoscienza che si manifesta a se stessa, grazie alla mediazione cerebrale, è il principio che può realizzare, indipendentemente dalla mediazione, il proprio atto, sorto grazie ad essa.
Il momento della mediazione cerebrale è transitorio: di continuo sollecitabile dal pensiero, ma esigente di continuo essere integrato dal moto indipendente del principio pensante.
Esaurita la funzione positiva del vincolamento alla cerebralità, è nella logica stessa del procedimento razionale la fase ulteriore del suo movimento: attuarsi là dove esso è IMMEDIATA forza-pensiero, vale a dire mediare se stesso indipendentemente dalla cerebralità.
L'analisi razionale non ha più senso, ormai, in nessun campo d'indagine, se non viene integrata dal possesso del suo processo METADIALETTICO.
Ogni volta, questo è il fondamento, ignorato e tuttavia sollecitato, a operare dallo scienziato o dal filosofo. |