EPICHEIA
• Jun. 27, 2006 - IDEM EST = EPICHEIA
Il mito nefasto della "buona fede"... comunista!
Data presunta 3-4 aprile 2004
Alcuni brani dal libro edito da un amico:
<< […] Alessandro Manzoni scriveva "i gemiti, i gridi supplichevoli, potranno ben trattenere l'arme d'un nemico, ma non il ferro di un chirurgo". La buona fede di chi, presumendo di conoscere la malattia che affliggeva la società e la terapia per guarirla, ha maneggiato il "bisturi" del comunismo, non smuove in me né commozione né tanto meno ammirazione. Considerare la buona fede come un valore in sé rispecchia una visione relativistica e formalistica, in cui il modo in cui si agisce fa aggio sulla sostanza, ossia sul contenuto dell'azione. Ma privilegiare la convinzione di compiere il bene rispetto alla natura delle azioni che si compiono equivale, alla fine dei conti, a decretare che BENE E MALE SI EQUIVALGONO. Sdilinquirsi, ad esempio, di fronte all"'idealismo" di qualche aforisma di un efferato assassino come Ernesto "Che" Guevara, ben conoscendo i crimini di cui si rese artefice, significa appunto privilegiare la forma rispetto alla sostanza: non potendo giustificare il male, si opera un drastico stravolgimento dei paradigmi concettuali che permettono di valutare e giudicare.
Tutto ciò, a ben vedere, è pienamente inscritto in quel relativismo etico e in quel "pensiero debole" che rappresentano la vera tabe della cultura contemporanea: un pluralismo etico radicale che si risolve in neutralizzazione assiologica e dunque in accettazione acritica di qualunque valore. L'enfasi posta sulla forma (la "buona fede") rispetto alla sostanza delle azioni è propria di una temperie spirituale in cui la dimensione dell'uomo è quella dell'effimero, del cangiante, della rinuncia ad ogni pretesa o speranza di trovare un fondamento che dia senso duraturo alla sua esistenza.
"IL PENSIERO DEBOLE - ha detto Maurizio Manzin - NON È CHE LA RIPRESENTAZIONE, IN CHIAVE POST-MODERNA, DI UNA DOTTRINA ANTICA QUANTO IL MONDO OCCIDENTALE: LO SCETTICISMO, ovvero l'idea che non esistono saperi capaci di garantire la verità, perché NON ESISTE NESSUNA VERITÀ, MA SOLO OPINIONI [...]. Solo che i suoi antichi cultori - in questo decisamente meno POLITICALLY CORRECT di Vattimo - non si peritavano di trarne le debite conseguenze, elaborando apertamente tecniche di convincimento atte a far prevalere certe opinioni sulle altre".
Anche oggi, privilegiare l'esaltazione della buona fede, dell'idealismo, della dimensione estetica delle azioni rispetto al bene o al male della loro sostanza, ha come esito logico e coerente l'avvento di uno stile di vita i cui codici sono minuziosamente dettati dal dogma del relativismo radicale.
Si impone allora, più che mai necessaria, la contrapposizione di un "pensiero forte", fondato sul riconoscimento metapositivo (cioè indipendente dalla concessione degli Stati o dalla positivizzazione dei legislatori) dell'esistenza di diritti radicati nell'uomo in quanto avente natura umana.
"Se ammettiamo - ha scritto Rothbard - che il diritto naturale viene scoperto dalla ragione a partire dalle inclinazioni fondamentali della natura umana... assolute, immutabili e di validità universale per ogni luogo e ogni tempo, ne consegue che il diritto naturale fornisce un insieme obiettivo di norme etiche per mezzo delle quali, in ogni tempo e in ogni luogo, possono essere valutate le azioni umane".
Il riconoscimento dei diritti naturali come valore irrinunciabile implica il rispetto (in senso forte), che a propria volta vincola il comportamento: di fronte a un valore riconosciuto oggettivamente tale, non è possibile compiere qualsiasi azione fisicamente possibile, ma si deve compiere un'azione specifica, quella improntata al rispetto e alla non aggressione dei diritti dell'altro. Ma allora è evidente che il presupposto imprescindibile affinché sia possibile agire moralmente è il LIBERO ARBITRIO, la possibilità di operare secondo la propria capacità di sceverare tra ciò che è bene e ciò che è male [Nota di Nereo al 27 giugno 2006: IDEM EST = EPICHEIA].
Ora, l'aspetto forse più terribile dello Stato etico è proprio il fatto che, imponendo con la forza una sua morale preconfezionata, spoglia l'individuo del suo libero arbitrio, e lo priva, in ultima analisi, della sua stessa dimensione morale, dal momento che nessuna azione può dirsi moralmente "buona" se operata non spontaneamente, ma sotto la minaccia della forza.
"Dovremmo vigilare - ha scritto Messori - innanzitutto perché una società che voglia "difenderci dai vizi" con la "polizia dei costumi" mette in pericolo quel libero arbitrio che Dio stesso ci ha dato e che vuole conservarci. E poi, perché non si deve permettere che i politici si trasformino nella nuova classe sacerdotale cui delegare la gestione delle nostre vite, con leggi che decidano per noi. GLI INTEGRALISTI, I TALEBANI SONO ANCHE TRA NOI, IN OCCIDENTE, E INDOSSANO IL DOPPIOPETTO DEL POLITICO "CHE PENSA A NOI" O IL CAMICE BIANCO DEL MEDICO CHE INVOCA "MISURE PREVENTIVE", INVOCANDO SEMPRE NUOVI DIVIETI "PER IL NOSTRO BENE" >> (Cfr. G. Bianco, "Vietato parlare!", Ed. Facco). |
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• Jun. 27, 2006 - Tanto per adeguarmi
03/04/04
Titolo: A proposito di "er sesso" di Deborah (dal post: "Maria de Filippi e gli ospiti filosofici"). L'ornitopenia, come deficienza di fallo e di pace (tanto per adeguarmi al nuovo linguaggio filosofico).
Il disprezzo per il fallo e per il suo atteggiamento di eccesso nel dare porta a distruzione. Quando invece la sua forza viene onorata, allora diventa fonte stabile di prosperità.
C'è una storia (nei Shiva Purana) che narra con particolare efficacia del rischio distruttivo dell'atteggiamento virtuoso e di come rimediarvi. Vi si racconta di come "saggi" maledissero un uomo dalla condotta licenziosa: "Hai agito con perversità" - gli dicono, maledicendolo - "Che il tuo fallo si stacchi e ti cada per terra".
E così avvenne.
Quell'uomo, però, era Shiva, e il suo fallo caduto cominciò ad bruciare tutto dinanzi a sé e a consumare ogni cosa: "Si spostava negli inferni, nel cielo, sulla terra. Non stava mai fermo. I mondi e i loro abitanti vivevano nell'angoscia. Gli dei e i saggi vivevano nell'angoscia...".
Perciò il disprezzo gratuito, il disprezzo del fallo, trasforma in incendiari destabilizzatori del mondo e naturalmente ciò produce angoscia in tutti.
Ma bisogna avere speranza, perché "è er bene chevvince... ed è 'l male chepperde", diceva Verdone.
I saggi si recarono infatti dal creatore Brahma, che li insultò: "Siete dei cretini, dei veri imbecilli; l'uomo dal sesso eretto, o razza di impotenti, era Dio in persona". E proseguì: "Fino a quando quel fallo non si stabilizza, nulla di buono può accadere".
Dopo di che, impartì loro le istruzioni per onorare il fallo, calmare Shiva, e riportare la pace nel mondo...
L'angoscia, fin dai miti dell’origine del mondo è infatti vista come il risultato di un destabilizzarsi della forza fallica, non adeguatamente riconosciuta e onorata.
La malattia occidentale generata da tale destabilizzazione potrebbe chiamarsi oggi ORNITOPENIA, che significa alla lettera "carenza di uccello".
Non è uno scherzo.
Il fallo, come Shiva, è essenzialmente dono, piacere del dono, godimento profondo nel dare se stessi, fino all'estasi.
Dal punto di vista psicologico, infatti, il nucleo centrale del dono è costituito da un'azione, un dare che va dal soggetto verso l'esterno, non per "dover essere", ma per libertà del dare.
Quando l'azione dei "malati ornitopenici" impedisce tale libertà donativa, l'ORNITOPENIA, rompendo a più riprese le scatole degenera in ORCHICLASTIA (che letteralmente si traduce con "rottura di testicoli"), tipica degli impotenti nel pensiero.
A costoro, bisognerebbe dire: non disperatevi, vedrete che prima o poi, anche voi, mediante il l'uso del vostro onanismo che attribuite ad altri, convertirete la direzione del moto del vostro pensare... e diventerete sempre più spassosi, fino alla meritata felicità del dono gratuito.
Io purtroppo mi accorgo di migliorare ogni giorno che passa, pur sperando di peggiorare e diventare imbecille e... meno povero.
L'imbecille infatti non ha bisogno di rispondersi sul perché della vita. Se no che imbecille è?
E purtroppo io miglioro sempre più, e ogni giorno divento sempre più povero. Oggi sono molto triste e mi viene da vomitare, perché il tragico nell'imbecillità è che l'imbecille, quando parla con un non imbecille, non può saperlo: non lo sa, e non può capirlo, convinto com'è di parlare con un imbecille pari suo, ed anzi, a volte cerca di correggerlo, dandogli consigli!
Viceversa, quando il non imbecille vuole dire all'imbecille che è imbecille, non può. Egli sa che è un'“operazione impòssibol". Quindi in verità, siamo vittime dell'imbecillità, e la persona intelligente è destinata a soccombere sempre più nella misura in cui, comprendendo l'imbecille, è poi costretto ad accettarlo, democraticamente e pacatamente, da vero imbecille.
Tra l'altro, il mio nuovo sport è star male terapeuticamente, e questa passione è cosa seria, che potrebbe essere sintetizzata in una domanda sull'arte. Si tratta di una domanda seria, che rivolgo non solo a coloro che apprezzano il mondo della sovvenzione europea dell'arteterapia, i vari formatori dell'AUSL, dell'ARCI o dell'UE, ma proprio a tutti gli esseri umani pensanti del globo: premesso che Van Gogh era ai suoi tempi sconosciuto a tutti, tranne che a qualche avido mercante d'arte, e che conduceva una vita priva del necessario, quanti Van Gogh, quanti Beethoven sono nascosti tra gente che non ha né il tempo né la possibilità di esprimersi nella pittura o nella musica? Quando fu dipinto, "I girasoli" di Van Gogh non aggiunse nulla al Prodotto Interno Lordo del suo paese (a parte il fatto che allora, nel 1888, stava ad Arles in Francia), eppure egli ha dato un contributo unico all'umanità. Che poi, qualche anno fa, all'asta da Sotheby's il quadro sia stato venduto a trenta miliardi (e in quel caso il PIL degli Usa, dove è avvenuta l'asta, si è arricchito dell'importo corrispondente alle commissioni della casa d'aste, alle percentuali sull'affare ecc.), non ci dice assolutamente nulla sulla sua bellezza o importanza per tutta l'umanità. Lo stesso per molti altri.
Per esempio, proprio la prima edizione del Capitale di Marx stampò mille copie, che rimasero in buona parte invendute, e fu inseguito per tutta la vita dai suoi creditori.
Eppure, nessun altro libro, a parte la Bibbia, ha così profondamente influenzato l'umanità, determinandone la vita e le scelte, fino a qualche anno fa.
Ciò nonostante, l'unica cosa veramente importante che disse non fu però mai presa in considerazione dai suoi seguaci, oggi fattisi quasi difensori dei banchieri (vedi per es. il dialogo fra Tremonti e Bersani nella trasmissione "Ballarò" del 30/03/04 sera). Il primo a denunciare la truffa non è stato Marx? Ed ecco la sacra parola: "Fin dalla nascita le grandi banche, agghindate di denominazioni nazionali, non sono state che società di speculatori che si affiancavano ai governi e, grazie ai privilegi ottenuti, erano in grado di anticipare loro (cioè "PRESTARE"; n.d.r.) denaro (DOVUTO; n.d.r). Quindi l'accumularsi del debito pubblico (PAGATO CON I PRELIEVI FISCALI; n.d.r) non ha misura più infallibile del progressivo salire delle azioni di queste banche, il cui sviluppo risale alla fondazione della Banca d'Inghilterra (1694). La Banca d'Inghilterra cominciò col prestare il suo denaro al governo all'otto per cento, contemporaneamente era autorizzato dal Parlamento a battere moneta con lo stesso capitale tornando a prestarlo un'altra volta al pubblico in forma di banconota. Non ci volle molto tempo perché questa moneta di credito fabbricata dalla Banca d'Inghilterra stessa, diventasse la moneta con la quale la banca stessa faceva prestiti allo Stato e pagava per conto dello Stato gli interessi del debito pubblico. Non bastava però che la Banca desse con una mano per averne in restituzione di più con l'altra, ma, proprio mentre riceveva, rimaneva creditrice perpetua verso la Nazione, fino all'ultimo centesimo che aveva dato ("PRESTANDO" IL DOVUTO; n.d.r)" ("Il Capitale", libro I, cap. 24, paragrafo 6, Edizioni Riunite, Roma 1974, pp. 817-818).
Beethoven morì sordo e poverissimo, nonostante fosse acclamato da mezza Europa come grande musicista. Paradossalmente il brano musicale che gli rese di più in termini economici fu la sonata "Per Elisa" che è probabilmente la sua peggiore, mentre la sonata in sol minore op. 111, che è un grandissimo capolavoro, vendette pochissime copie.
La maggior parte dei grandi artisti o filosofi dell'umanità, tranne rare eccezioni (che erano però la regola nell'antica Grecia), è stata costretta a sostentarsi, barattando buona parte del proprio genio per un pezzo di pane, e riuscendo ad esprimersi solo grazie ad un'indomita forza di volontà.
L'ornitopenia, dunque, come deficienza di fallo e di pace, è davvero preoccupante.
O uomo senza fallo credente nei sindacati, che da questi ultimi ti fai "mettere assieme" ad altri uomini senza fallo, per scendere in piazza a muggire invano, fattelo dire dal tuo bancario di fiducia: che il suo stipendio è automaticamente ancorato al tasso REALE di inflazione.
E fagli la seguente domanda: PERCHÉ VOI DIPENDENTI DELLE BANCHE AVETE UN CONTRATTO PARTICOLARE PER CUI IL VOSTRO STIPENDIO VIENE AUTOMATICAMENTE ADEGUATO (CIOÈ SENZA BISOGNO DI FARE ALCUNA MANIFESTAZIONE, SCIOPERO, LOTTA, ECC.) NON ALL'INFLAZIONE FITTIZIA RIPORTATA DALL'ISTAT, MA A QUELLA REALE?
Certamente, il banchiere mentirà, e ti dirà che il suo contratto di lavoro è un normale contratto di lavoro.
Allora tu, o uomo senza fallo, presentagli un testo qualsiasi del loro contratto, per esempio il testo sintetico di un contratto "PER LA VALORIZZAZIONE DELLE LAVORATRICI E DEI LAVORATORI IN UNA BANCA ETICAMENTE E SOCIALMENTE RESPONSABILE", che dice esattamente: "Al salario professionale si affiancano il recupero del potere di acquisto in base all'inflazione REALE pregressa e attesa ed il salario variabile (premio aziendale, sistemi incentivanti, premi per campagne-prodotto) legato agli andamenti aziendali" (cfr. http://www.cgil.it/fisac.firenze/RinnovoCCNL2003/piattaformaCCNL.htm).
E chiediti (se è vero che non manchi di fallo): come mai i sindacati si lasciano sfuggire questo momento storico (pieno di scioperi cosiddetti illegali e pieni di problemi di controllo delle banche) per promuovere la PARIFICAZIONE DEL CONTRATTO DI LAVORO DI TUTTI I LAVORATORI PRENDENDO COME PROTOTIPO QUELLO DEI DIPENDENTI BANCARI?
Anzi chiedilo ai sindacati.
Ma poiché la risposta alla domanda è che SONO LE EMISSIONI BANCARIE A DETERMINARE INFLAZIONE O DEFLAZIONE, i sindacati non si muoveranno mai in quella direzione... e preferiranno il malinteso, la rimozione del giudizio critico... l'omertà...
E intanto le varie TV trasmettono palle di sinistra e palle di destra, mentre i risparmi di tutti sono praticamente in rosso, dimezzati, o massimamente diminuiti, esattamente come il loro fallo. |
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• Jun. 27, 2006 - IL SOGGIOGAMENTO DEI PRIMITIVI
31 marzo 2004
[Nota di Nereo del 27 giugno 2006: fra parentesi quadre sono aggiunte eventuali considerazioni, correzioni grammaticali, di punteggiatura o di forma]
[Oggi il pensiero si muove inconsapevolmente ad un livello inferiore a quello fornito dall'esperienza sensibile] [Lo slogan potrebbe essere: LA COCA È IL MIO PASTORE, NON MANCO DI NULLA].
Gli impulsi coltivati dall'immaginazione recano impronta subsensibile e ascendono sul pianto mentale senza trovare autonomia nel pensiero, per cui lo manovrano, fornendo efficienza a concetti morti, a ideologie mediocri, a luoghi comuni propagandistici che acquisiscono risonanza fatidica, e a sofismi o a paralogismi, la cui dialettica assume la carica vitale e la potenza impersonale del demonismo mistico.
Ci si trova di fronte ad una produzione che formalmente sembra comportarsi secondo le leggi della dialettica, ma in realtà si attua secondo le forze deteriorate della psiche [cioè della mentalità]. Tale dialettica in nessun punto di sé ha un minimo dubbio circa i suoi fondamenti: assume essa stessa la funzione di fondamento.
Chi ne è preso, sa tutto.
Prigioniero di un "sapere assoluto" riguardante storia, economia, evoluzione dell'uomo, in forme che appaiono nuove o rivoluzionarie, egli regredisce verso l'antico dogmatismo.
Dato un tale sapere ormai circolante metodicamente nel mondo, non può esservi identificazione del suo reale contenuto, cioè del suo errore [a meno che si sia indipendenti dal piano in cui l'alienazione del pensiero si verifica, ma tale indipendenza per funzionare sufficientemente come attitudine intuitiva, etica, sociale e di servizio al cittadino per la rettificazione pratica dell'errore, dovrebbe dar luogo ad una conoscenza e ad una scienza umana].
Da questa possibilità si è molto lontani.
Il fenomeno è inquietante per la sua possibilità di presentarsi come idea forza di una massa o di un popolo o di movimenti politici collegati secondo identico impulso.
Grazie al meccanismo dell'inversione della corrente mente-psiche-corpo, l'elemento immaginativo, invertito, acquisisce potenza vitale capace di dominare la coscienza di veglia, sino ad esprimersi nell'azione esteriore.
[ECCO PERCHÉ IDEE MEDIOCRI CHE SEMBRANO FORMALMENTE LOGICHE ACQUISISCONO LA FORZA D'IMPETO CHE GLI AUTENTICI IDEALI SUPERIORI NON RIESCONO PIÙ AD AVERE NEI CITTADINI].
Il fenomeno è in sé subconscio, malgrado la sua enucleazione mentale: alla quale efficacemente coopera la logica moderna fornendo il necessario meccanismo discorsivo. Non è indispensabile, infatti, la conformità ai codici del neopositivismo o nell'empirismo logico, perché si subisca il dominio del meccanismo discorsivo: è sufficiente la dipendenza del pensiero dalla psiche [=mentalità], che rende l'espressione razionale obbediente al corrente formalismo linguistico, mancando un effettivo contenuto di idee.
Il contenuto vero perciò è istintivo: gli istinti possono dominare indisturbati quando è instaurato il regno astratto della dialettica che provvede alla loro codificazione.
Così la dialettica della redenzione sociale, prodotto di un intelletto incapace di afferrare la realtà fuorché come numero e peso, con la presunzione di avere la chiave di tale redenzione, viene portata alla gente, perché il fenomeno subconscio divenga evento culturale, sociale economico e tecnologico.
La dialettica della redenzione sociale fa presa su cittadini carenti di pensiero: portata in ambiti umani tipologicamente primitivi, non solo non opera in senso sociale in quanto non sollecita in loro le forze coscienti da cui comunque origina, ma agisce direttamente nel subconscio, nella zona delle forze ataviche. Tale tipo umano, sia esso [filosofo universitario o] operaio, o contadino, o appartenente a popolazione cosiddetta "sottosviluppata" o a "razza" di colore, viene letteralmente corrotto dai bisogni retorici ritenuti "sociali" della genia dominante di intellettuali progressisti, che porta incontro ad esso la propria tara interiore dialettizzata, col bisogno irresistibile di trasmetterla, mediante inquadramento dottrinario e politico.
A tali intellettuali non interessa elevare il primitivo o il proletario, ma trasmettergli la propria fede: non interessa che egli divenga logico e libero, ma che sia strumento del loro mito. Anche le elementari provvidenze sociali, in tal senso, divengono veicolo di soggiogamento politico.
NON SI CONCEPISCE CHE SI POSSA PROVVEDERE A UNA DIGNITOSA ESISTENZA DELL'UOMO FUORI DELLA COARTAZIONE DI UN MITO POLITICO.
Che il cittadino possa divenire un essere razionale e libero fuori di simile coartazione, è un pericolo per il monoideista politico o per il catechizzatore, progressista o conservatore, borghese o antiborghese.
Le ideologie retoricamente ugualitarie, espressive di un livello inferiore a quello della razionalità riflessa, in quanto prive di coscienza della riflessità, sarebbero meno lesive per i "primitivi", se ad essi venisse fornita la possibilità di considerarle liberamente, previa esperienza indipendente della razionalità in quanto tale: non come razionalità già modellata dall'interpretazione dell'oggetto socioeconomico.
Ma ciò è divenuto impossibile nell’attuale cultura, quasi totalmente pervasa dal dialettismo politico o dal discorsivismo di intellettualini che si sono costruiti il loro cosmo di parole in cui si muovono come in un mondo reale.
La retorica più trascendente è quella di intellettuali come Adorno, Marcuse, Habermas ecc., la cui critica della società attuale raggiunge raffinatezze sublimi, riconoscibili appunto come veste del momento di autolimitazione metafisica del pensiero stesso che ha costruito tale società.
Questo loro pensiero però, quando lascia il piano critico-teoretico e diventa pragmaticamente tecnico, sociale, economico, produce proprio il tipo di organismo sociale posto sotto accusa: affinché l'accusa possa eccitare l'ulteriore serie di intellettuali e di "borghesi" al loro livello istintivo, che è dire primitivo [È IL SERPENTE CHE CONTINUANDO A MORDERSI LA COSA CONTINUA A GENERARE CONTORSIONI, CHE NON SONO MAI CIRCOLARITÀ].
Il primitivo tipologico, americano o europeo, negro o bianco, soprattutto se di giovane età, può essere agevolmente manovrato sino a una rivolta contro l'ordine costituito, che APPARE rivoluzione, ma non è, perché non muove da idee, bensì dall'asservimento dell'idea all'istinto: che è appunto il carattere della società tecnologica contro cui presume reagire. Che gli istinti vengano soddisfatti mediante edonismo borghese, o mediante voluttà di sovversione inguainata in dialettica socioeconomica, non cambia l'asservimento dell'umano alla natura animale.
L'antitesi tecnologia-sovversione è una grossolana parvenza: dietro di essa si può scorgere l'opposizione concorde a un evento superiore della coscienza: l'evento dell'esperienza scientifica che realizzasse la sua logica ultima, con l'individuare la sorgente vera, cioè non dialettica, del conoscere.
Tale esperienza sarebbe stata la moderna chiave delle scienze e quindi dello stesso tema sociale. Ogni tema sociale invece viene posto secondo l'inversione della forza-pensiero.
L'inversione della corrente della forza-pensiero, è l’essere riflesso del pensiero: È la riflessità che indusse in errore Marx, quando nella sua teoria del "rispecchiamento" ritenne il pensiero un riflesso della realtà esteriore, mentre in effetto è IL PENSIERO IN QUANTO RIFLESSO DI SÉ che ASSUME LA REALTÀ COME ESTERIORE.
L'errore è possibile in quanto il pensiero riflesso o "rispecchiato" viene convertito in valore senza coscienza del suo contenuto originario.
[Perciò esso è riconoscibile come l’aborto dell'impresa dell'autocoscienza, la quale si è, sì, manifestata tramite valori sensibili, ma mancando di riconoscersi come ente immateriale, perciò mancando rispetto alla propria realtà].
Il pensiero conosce la propria realtà là dove sia capace di compiere l'esperienza sensibile senza rimanervi cataletticamente identificato, come normalmente avviene [all'attuale pseudofilosofo].
Le vie della nevrosi, delle psicosi, degli eccessi dialettico-analitici, degli isterismi di massa, delle mitiche vie mistiche o magiche, della psicanalisi, ecc., sono segni dell'impresa non riuscita dell'autocoscienza.
Si tratta di una discesa inconsapevole in forme di sonno della coscienza, o discese nella sotto-coscienza, compensate da posizioni dialettiche, o scientifiche. Sono insomma i postumi discorsivi delle crollate filosofie dell'io.
SI CREDE CHE IL PENSIERO SIA DIPENDENTE DAL CERVELLO COME SE UNA ROSA POSSA ESSERE DIPENDERE DALLO SPECCHIO CHE LA RIFLETTE, ELIMINANDO CON CIÒ IL PRESUPPOSTO ALLA CONSAPEVOLEZZA DELLA PROPRIA IDENTITÀ ORIGINARIA.
Ecco perché il rapporto con il mondo materiale ed il sapere che deriva da tale rapporto NON POSSONO NON essere falsati: viene ignorata la presenza dell'identità originaria nella percezione sensoria, in quanto partecipazione al sorgere dell'immagine del mondo. Tale immagine parla già di un atto dello spirito che esige essere conosciuto: altrimenti la presunta oggettività fisica del mondo resta il feticcio di sterili filosofie della materia.
L’incapacità [dell’uomo-bestia] di svincolare il proprio atto pensante dalle condizioni cerebrali per l'esperienza interiore è dunque il massimo non senso, che si verifica perché non lo si avverte: sia che si studi la psiche, sia che si studi il retroscena dei fenomeni economico-sociali, la discesa al di sotto della coscienza di veglia [con “regolari” attribuzioni di nomi e forme a rappresentazioni irreali] è inevitabile all'intelletto che non conosca l'indipendenza dalla cerebralità. Si tratta di "MEDIANITÀ", individuale o di gruppo, che riveste forme sociali: il cui senso ultimo è il SOGGIOGAMENTO DEI meno coscienti, o dei "PRIMITIVI".
NELLA CULTURA ODIERNA, LE FORME DI ABBASSAMENTO DELLA COSCIENZA PRESENTANO PERTANTO, COME COMUNE SUBSTRATO, LA PARALISI (O L'INCANTAMENTO) DELLE FORZE INTELLETTUALI NELLA CATEGORIA DELLA "MINERALITÀ": è assunto come reale solo ciò che è fisico, in quanto il tangibile-fisicamente è in effetto l'iniziale elemento suscitatore dell'autocoscienza. [Ecco perché l’autocoscienza, pur avendo - in sincronia al suo correlarsi alla materia - la possibilità della libertà, non può dare a quest’ultima alcun senso, se non realizza in sé il proprio fondamento, riconoscendo la propria immateriale natura. E d’altra parte può realizzare tale suo fondamento immateriale, solo dopo essersi vincolata alla - e svincolata dalla - materia]. |
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• Jun. 27, 2006 - Dio, pensare, e necessità di stabilità
Data presunta: fine marzo 2004
Risposta a Rebecca su Dio, pensare filosofico e necessità di stabilità.
Nei primi sei giorni della creazione Dio fa sorgere il mondo, e soltanto quando questo esiste, sorge la possibilità di osservarlo: "E Dio guardò tutto quel che aveva fatto: ed ecco, era molto buono".
Così è anche del nostro pensare.
Deve esistere, prima che possiamo osservarlo.
La ragione che ci rende impossibile l'osservare il nostro pensare nel suo svolgimento attuale di ogni istante, è la stessa che ce lo fa riconoscere come più immediato e intimo di ogni altro processo nel mondo.
Appunto perché lo produciamo noi, noi conosciamo ciò che è caratteristico del suo svolgimento, ed il modo in cui si compie.
Ciò che negli altri campi dell'osservazione può essere scoperto solo per via indiretta, cioè il nesso causale e il mutuo rapporto dei singoli oggetti, per il pensare noi lo sappiamo in modo immediato e diretto.
Dalla semplice osservazione, io non so perché al lampo segua il tuono; ma perché il mio pensiero colleghi il concetto di tuono con quello di lampo, lo so immediatamente dal CONTENUTO dei due concetti. Naturalmente non importa qui che i miei concetti di lampo e tuono siano giusti: il nesso dei due concetti, quali li ho, mi è chiaro per se stesso.
QUESTA TRASPARENTE CHIAREZZA RIGUARDO AL PROCESSO DEL PENSARE È DEL TUTTO INDIPENDENTE DALLA NOSTRA CONOSCENZA DELLE SUE BASI FISIOLOGICHE.
Io parlo qui del pensare osservabile nella nostra attività interiore, e non considero qui il modo in cui un procedimento materiale del mio cervello può produrne o influenzarne un altro quando si riflette su qualcosa (ciò che osservo nel pensare non è quale processo nel cervello colleghi il concetto di lampo a quello di tuono, ma che cosa mi spinge a mettere in rapporto i due concetti; l’osservazione mi dice infatti che nel connettere i pensieri, mi baso sul loro contenuto, non su processi materiali che hanno luogo nel mio cervello).
Per un'epoca meno mentecattocomunista della nostra, quest'osservazione sarebbe superflua. Ma oggi, in cui c'è chi crede che quando si sappia che cos'è la materia si sappia pure in qual modo la materia pensi (bestialismo materialistico pratico) bisogna avere il coraggio di dire che si potrebbe anche parlare di pensiero senza invadere subito il campo della neurofisiologia!
Per molti (specialmente per coloro che col loro cervello materiale studiano il "prione" della mucca pazza, senza notare che il "prione" ha già invaso il cervello materiale) è difficile afferrare il concetto del pensare.
Infatti chi a questa mia rappresentazione del pensare contrappone la proposizione dei fisiologi del bestialismo materialistico pratico: "I pensieri sono secrezione cerebrale, come la bile è secrezione epatica o la saliva secrezione delle glandole salivali" (vedi la “filosofia” del Cabanis), non sa neanche di che cosa parlo, e si comporta come gli scienziati alla Piero Angela.
Costoro cercano di afferrare il pensare attraverso un semplice processo di osservazione, come fanno per altri oggetti del mondo: aprono il cervello come una zucca per scovarvi il pensiero! Sono cretini. Perché non vedono che per tale via non potranno mai afferrarlo, dato che - come tu hai intuito – “il pensare si sottrae all'osservazione normale”. L’osservazione del pensare esige infatti uno stato eccezionale di autoconsapevolezza, che è riflessione, meditazione…
Ma a chi non può superare il materialismo, manca proprio la facoltà di porsi in quello stato eccezionale di diventare coscienti di ciò che di solito resta incosciente nelle ordinarie attività del nostro io.
CON CHI NON HA LA BUONA VOLONTÀ DI COLLOCARSI IN QUEL PUNTO DI VISTA È IMPOSSIBILE DISCORRERE DEL PENSARE, COME È IMPOSSIBILE DISCORRERE DI COLORI CON UN CIECO.
Anche chi scambia il pensare con i processi fisiologici non spiega il pensare, perché non lo vede. Ma per chi sa osservare il pensare, e con un po’ di buona volontà sono capaci tutti, questa osservazione è la più importante da fare.
Perché qui l'uomo osserva qualcosa che egli stesso produce: non si trova di fronte ad un oggetto a lui estraneo, ma alla sua stessa attività: sa come sorge quello che osserva, e ne vede nessi e rapporti.
S'impadronisce così di un punto fisso, da cui può cercare spiegazione di ogni altro fenomeno.
Il sentimento di questa padronanza fa dire a Cartesio "Penso, dunque sono" (“ogni altra cosa, ogni altro divenire, è là senza di me, non so se come verità, o se come illusione o sogno. Una sola cosa io so in modo assolutamente sicuro, in quanto io stesso la porto a sicura esistenza: il mio pensare. Abbia la sua esistenza anche un'altra origine, venga da Dio o da qualche altra parte, io sono sicuro che esso esiste nel senso in cui io stesso lo produco”) (Descartes in R. Steiner, “La filosofia della libertà”).
È stato molto discusso sul significato dare alla seconda parte della proposizione: “dunque sono”. Ma non può aver senso che sotto un unico aspetto. La più semplice affermazione che posso fare riguardo a una cosa, è che essa è, che esiste.
Per specificare meglio questa esistenza è necessario esaminare i rapporti che essa ha con altre cose, dato che i rapporti fanno scattare i valori delle cose. Se così non fosse così, lo spazio della “osso”, per esempio, cioè lo spazio fra le due "o" comprendente le due “s” non evocherebbe mai un osso.
Infatti un’esperienza vissuta può essere una somma di sensazioni e di percezioni, ma può anche riguardare un sogno o un'allucinazione, e non posso dedurre dall’esperienza stessa il senso in cui essa esiste; posso capirne qualcosa solo quando la considero in RAPPORTO ad altre cose.
Ciò significa allora che ogni mia ricerca può arrivare su terreno solido soltanto se trovo un oggetto, tramite cui posso ricavare il senso del mio esistere. E tale oggetto sono io stesso come essere pensante, in quanto do’ alla mia esistenza il contenuto preciso e poggiante in sé dell'attività pensante.
Se prendo questo come punto di partenza, posso allora domandare: "Esistono le altre cose nello stesso senso o in un altro?".
Quando si rende il pensare oggetto di osservazione, si aggiunge alle cose osservabili del mondo una cosa in più, che altrimenti sfuggirebbe all'attenzione, e non si altera per nulla il genere di rapporto che si ha con le cose. Solo si allarga il numero degli oggetti osservabili e conoscibili, mentre il metodo dell'osservare e del conoscere resta invariato.
Dunque la frase di Schelling che diceva: "Conoscere la natura, significa creare la natura" non è da prendere alla lettera. Chi la prende alla lettera deve rinunziare assolutamente a conoscere la natura, dato che la natura già esiste, e per poterla creare una seconda volta, bisognerebbe conoscere i principi secondo i quali è sorta la prima, cercando cioè le condizioni d'esistenza della nuova natura in quella che già esiste, e, appunto, questa ricerca che dovrebbe precedere il rifacimento, sarebbe però conoscenza della natura, persino nel caso che dopo la ricerca si rinunziasse completamente al rifacimento.
Dunque solo una natura non ancora esistente si può creare senza precedentemente conoscerla.
Quello che però con la natura è impossibile - il creare prima di conoscere - per il pensare noi lo compiamo. In sostanza: SE VOLESSIMO ASPETTARE DI CONOSCERE IL PENSARE PRIMA DI PENSARE, NON ARRIVEREMMO MAI A PENSARE.
Dobbiamo perciò decisamente pensare per poter poi, per mezzo dell'osservazione, arrivare alla conoscenza di ciò che abbiamo fatto. Dunque, mentre per tutti gli altri oggetti è la creazione stessa senza la mia cooperazione a provvedere a mettermeli lì per la mia osservazione, per l'osservazione del pensare devo “fabbricare” io stessi l’oggetto da osservare.
A questa mia affermazione, l'uomo del bestialismo materialistico pratico, obietta ovviamente: "Anche per digerire non si può aspettare d'aver osservato il processo della digestione".
La posizione dell’uomo-bestia qui è simile a quella di Pascal che obiettava a Cartesio: "IO VADO A PASSEGGIO, QUINDI SONO".
Certamente credo che io debba anche ben digerire prima di studiare il processo fisiologico della digestione, però il paragone col pensare reggerebbe qui solo in un caso, e cioè solo nel caso in cui io poi volessi poi non solo considerare col pensiero la digestione, ma anche mangiarla e digerirla (perché solo così sarebbe rispettata secondo me la coerenza di Pascal e degli altri uomini-bestia!).
Dunque non è senza ragione il fatto che la digestione non possa divenire oggetto del digerire, mentre il pensare può benissimo divenire oggetto del pensare.
È dunque indubbio che “COL PENSARE NOI TENIAMO IL DIVENIRE DEL MONDO PER UN LEMBO, IN CUI SENZA LA NOSTRA PARTECIPAZIONE NULLA SI PRODUCE. E QUESTO È PROPRIO IL PUNTO IMPORTANTE. QUESTA È APPUNTO LA RAGIONE PER CUI LE COSE SI PRESENTANO DINANZI A ME COSÌ ENIGMATICHE: PERCHÉ IO NON PRENDO NESSUNA PARTE AL LORO PRODURSI. ME LE TROVO SEMPLICEMENTE DAVANTI. DEL PENSARE INVECE IO SO COME SI PRODUCE. E PERCIÒ NON SI PUÒ RISALIRE PIÙ INDIETRO DEL PENSARE, COME PUNTO DI PARTENZA PER LA CONSIDERAZIONE DI TUTTO IL DIVENIRE DEL MONDO” (R. Steiner “La filosofia della libertà”).
Voglio qui rilevare un errore riguardante il pensare, che è molto diffuso nel bestialismo materialistico pratico insegnato nelle università. Tale errore consiste nel ripetere pappagallescamente Kant obiettando per esempio: "Il pensare, quale è in se stesso – appunto il kantismo del "pensare in sé", cioè della “cosa in sé” - non ci è assolutamente dato, perché altro è il pensare che collega osservazioni di nostre esperienze, innestandovi reti concettuali, ed altro ed assolutamente diverso è il pensare che più tardi estraiamo dagli oggetti dell'osservazione e che eleviamo ad oggetto della nostra considerazione: ciò che prima intessiamo incoscientemente nelle cose, e ciò che poi coscientemente ne ritiriamo fuori sono due cose diverse".
Però in definitiva chi ragiona così afferma che io, considerando una cosa col pensiero, faccio di una cosa un’altra cosa. L’affermazione mi sembra tipica del beone, o di colui che, appunto, va a pensare troppo nella kantina di Kant. Costui non capisce che non gli sarà mai possibile sfuggire al pensare. NON SI PUÒ USCIRE DAL PENSARE, NEMMENO QUANDO CI SI METTE A CONSIDERARE IL PENSARE. Se si vuol distinguere un pensare pre-cosciente da un successivo pensare cosciente, non si deve dimenticare che tale distinzione è completamente esteriore, e col fatto della “cosa in sé”, questo non ha nulla a che vedere. Io non faccio di una cosa un'altra solo perché la considero col pensiero.
Posso ben figurarmi che un marziano, dotato d'organi di senso del tutto diversi dai miei e di un'intelligenza funzionante pure in modo diverso, potrà anche avere di un cavallo una rappresentazione totalmente diversa dalla mia. Però non posso figurarmi che il mio proprio pensare divenga un altro solo perché lo osservo. Solo chi ragiona a cavallo di una botte può arrivare a tanto. Io semplicemente osservo ciò che io stesso produco.
Qui non si sta infatti parlando di come possa apparire il mio pensare ad un'intelligenza diversa dalla mia, ma di come esso appare a me. E comunque, l'immagine del mio pensare in un'altra intelligenza non può essere più vera di quella che ne ho io stesso. Solo quando non fossi io stesso l'essere pensante e il pensare venisse a me come attività di un altro essere a me estraneo, potrei dire che, pur risultando la mia immagine del pensare determinata in quel dato modo, io non posso sapere che cosa sia in se stesso il pensare di quell'essere. Ma per il momento io non ho il minimo motivo di guardare il mio proprio pensare da un altro punto di vista. Io studio tutto il resto del mondo per mezzo del pensare; come potrei fare un'eccezione per il mio pensare?
Con ciò considero come sufficientemente giustificato, se nella considerazione del mondo io parto dal pensare.
Quando Archimede inventò la leva, credette di poter sollevare con essa il cosmo intero dai suoi cardini pur che gli si desse un punto su cui appoggiare il suo strumento. Aveva bisogno di qualcosa che si reggesse su di sé.
Questo è, credo, il punto fermo da te intuito come massima necessità. E non può esistere un’altra cosa su cui ci si possa fondare.
Nel pensare noi abbiamo un principio che esiste per sé stesso. E questo è anche il fondamento del tuo amore per la filosofia.
Partiamo dunque di qui, per tentare di comprendere il mondo.
Col pensare possiamo abbracciare il pensare.
La questione è ora di vedere se per suo mezzo possiamo afferrare anche qualche altra cosa.
Per ora mi fermo qui.
Posso comprendere che qualcuno dubiti che per mezzo del pensare si possa determinare qualcosa riguardo al mondo; ma non arrivo a concepire che qualcuno metta in dubbio la giustezza del pensare in sé. Mi sembra anche questo un punto fermo importante.
Ciao
Nereo |
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• Jun. 27, 2006 - Per tutta la gente del pianeta
30/03/04
Cara Rebecca,
anche a me fa piacere conoscerti.
Certamente abbiamo bisogno di convenzioni, di stabilità, e soprattutto di diritto naturale, credo.
In merito al concetto di volume, hai intuito perfettamente ciò che volevo dire
Ho pubblicato proprio oggi una critica costruttiva ad un importante scritto di un ex docente di diritto, le cui idee studio dal 1999, e che credo rivoluzioneranno il mondo in modo pacifico. Quando infatti ti ho mandato il post, ci stavo lavorando e mi sono accorto che era pertinente con le tue parole.
Colgo l'occasione per inviarti l'indirizzo nel caso tu lo voglia approfondire […].
Ho molto apprezzato che per te la filosofia è come la vita stessa, È la vita stessa. In quello scritto ho analizzato senza analizzare, cioè ho esposto ragioni preliminari per "correggere" lo scritto del prof. Auriti dal punto di vista scientifico-spirituale, riscrivendolo poi come l'avrei scritto io. Comunque troverai tutto spiegato, e troverai anche il testo originale del professore.
Sarebbe molto utile, per tutti (intendo per tutta la gente del pianeta, e non sto esagerando), che i frequentatori di questo sito, ma non solo i filosofi, potessero correggere o sviluppare meglio la cosa. Io sono aperto a qualsiasi riaggiustamento del pezzo, soprattutto dal punto di vista degli universitari che amano la filosofia. Pertanto se avrai il tempo di farlo, ti sarei grato se volessi indicarmi: qui è comprensibile, qui no, qui fa schifo, ecc. Quando scrivo è come quando registro la musica, si mette molta carne al fuoco, poi nel missaggio si toglie tutto l'inessenziale. Solo allora il brano riesce (questa è la mia deformazione professionale).
Grazie dei complimenti. Ciao.
Nereo |
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About Me
Sono qui pubblicati post creati da Nereo Villa dal 2003 al 2005 per un forum di sedicenti filosofi-eroi. L’autore di questi post li ripubblica come testimonianza delle difficoltà avute nel tentativo di informare le “nuove” generazioni in merito a verità sociali, che nel 2006 incominciano ad essere di dominio pubblico - almeno per i navigatori di Internet, dato che la carta stampata ha appena incominciato ad informarne il cittadino. IL TEMPO PRESENTE, DI FRONTE ALLA CLASSE POLITICA DEGLI “ASURA” (asura è un termine sanscrito che significa propriamente “spiriti del male”, da “asu”, o meglio da “a-sura”, che etimologicamente significa “non dèi”; anticamente gli asura erano infatti sura detronizzati, cioè dèi trasformati in demoni da teologi settari), ESIGE PIÙ CHE MAI LO SPIRITO CRISTIANO DI EPICHEIA. Epicheia è DIRITTO E DOVERE DI SUPERIORE CAPACITÀ DI EQUILIBRIO GIURIDICO là dove lo Stato di diritto diventa diritto di Stato di rapina legale, e dove la legge è espressione astratta, cioè tanto formale e notarile quanto costringente, del male da compiere. Oggi siamo costretti a sottostare democraticamente alla mafia del potere finanziario, e ad accettare il signoraggio - deprecato da Gesù con le parole “Non chiamate nessuno Signore” - che fa del cittadino un mafioso, dato che accetta di pagare le tasse, cioè il pizzo di un debito inesigibile ("Pagabile a vista al portatore" era infatti la scritta che veniva stampata sulle vecchie banconote, e che valeva come cambiale, paradossalmente detta "inesigibile" (Barucci, ministro al tempo del governo Ciampi) perché anche quando c’era ancora il principio della convertibilità cartamoneta-oro, il cittadino che si fosse presentato come portatore richiedente oro, avrebbe riscosso soltanto una risata; ed oggi non solo la convertibilità con l’oro è stata abolita, ma dal 31 luglio 1971 è stata abolita addirittura la riserva aurea stessa. Perciò le banche centrali non hanno alcun diritto di prestare ciò che non hanno, né di esigere interessi su tale “prestito”). I politici, difensori degli interessi delle banche centrali, trovano giusto il prelievo fiscale, esclusivamente perché in tal modo possono percepire uno stipendio 50 volte superiore a quello del cittadino. D’altra parte, coloro che comprendono anche solo un minimo aspetto del dilemma monetario propongono subito di fare un partito o una banca con tanto di progetto adatto ai tempi. E i signori dell’euro li lasciano fare, perché sanno che, tanto, con un po' di coca da una parte e con una manciata “n-euro”-logica di titoli politici dall'altra, tutti sono addormentabili e scientificamente persuasi che essere schiavi è bello. Ecco perché l'unica via possibile oggi è la riflessione sul senso del Golgota e dell'epicheia.
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